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Marcello - Complete Sonatas for Organ and Harpsicord
Organista: Chiara Minali
Cembalista: Laura Farabollini
Organo Chiesa di S.Pietro Apostolo di Valeggio sul Mincio
Clavicembalo Giuseppe Corazza 2003
Brilliant Classics - DDD - 3CD - 95277 - 2018

di Federico Borsari

 Disco Benedetto Marcello Benedetto Marcello è una figura assai "interessante" nel panorama musicale (e non solo musicale) veneziano a cavallo tra Seicento e Settecento. Tutti quelli della nostra età (over Sessanta) lo hanno conosciuto in gioventù grazie alla colonna sonora del Film "Anonimo Veneziano", una (a nostro parere) abbastanza melensa pellicola, la cui colonna sonora era basata sull'Adagio del cosidetto "Concerto in Do minore per Oboe, Archi e Continuo di Benedetto Marcello". In effetti, il brano in questione (di cui anche Johann Sebastian Bach fece una trascrizione), oltre ad essere in Re Minore, non è per nulla di Benedetto Marcello, bensì di suo fratello Alessandro, che in vita fu anche più noto di lui.
Come abbiamo accennato, la figura di Benedetto Marcello è "interessante" nel panorama musicale e civile veneziano dei suoi tempi perchè egli non fu solo un apprezzato ed elegante musicista ma, anche, avvocato, giurista, poeta, scrittore, pittore e tante altre cose, che lo portarono a diventare un personaggio molto apprezzato nell'alta società veneziana e, per quanto riguarda la musica, a guadagnarsi il titolo di "Principe della Musica", titolo a cui non furono certamente estranee le sue origini di Alta Nobiltà.
In effetti Benedetto, contrariamente al fratello Alessandro (c'era anche un terzo fratello, Girolamo, stimato poeta ed autore di apprezzatissimi vesti spirituali) che fin da giovanissimo si era dimostrato un eccellente violinista e compositore, si avvicinò abbastanza tardi alla musica ed aveva già ventun anni quando si dedicò con metodo agli studi di composizione con Gasparini e Lotti. Bisogna dire che alla formazione artistica dei fratelli Marcello contribuì anche, e non poco, l'ambiente famigliare, dove il padre Agostino (anch'egli figura di spicco nel Senato Veneto) era un ottimo violinista e la madre Paolina Capello era nota per le sue composizioni poetiche e per la sua spiccata attitudine alla pittura.
Nel 1708, un anno dopo aver iniziato gli studi musicali (nel 1707 Benedetto era stato già nominato ad una importante carica pubblica nel Maggior Consiglio Veneziano) pubblica la sua prima opera, i "Concerti per Violino e Violoncello" ed è interessante vedere come egli, nella copertina dell'opera, si autodefinisca "Dilettante di Contrappunto" (e questa autodefinizione la troveremo anche in diverse opere seguenti), quasi a scusarsi per il fatto di essere arrivato così "tardi" alla composizione e giustificando così il suo stile, che -egli lo sapeva bene- non era molto aderente ai canoni "ortodossi" della musica dell'epoca. Nonostante questa autodefinizione "riduttiva", i suoi concerti divennero ben presto molto famosi e talmente apprezzati che anche Vivaldi, pochi anni dopo, prese "a prestito" alcuni temi di Marcello per i suoi concerti.
Non è questa la sede per una disamina biografica di questo musicista. Ci limiteremo a sottolineare che egli scrisse anche alcuni trattati di approfondimento della teoria musicale, molto apprezzati dai suoi contemporanei ed un -per quei tempi- famosissimo ed oltremodo popolare trattato che sotto il titolo "Il Teatro alla moda" nasconde diverse critiche -spesso molto taglienti- nei riguardi dei vari personaggi (compositori, poeti, scenografi, cantanti, compositori ed impresari) che all'epoca erano i protagonisti della scena teatrale veneziana. La sua produzione strettamente musicale, invece, comprende diversi aspetti e spazia ampiamente tra cantate, duetti, trii, madrigali, serenate, musica sacra (tra cui molto noti i "50 Salmi" ed i quattro Oratori) e, ovviamente, le Sonate, che diventarono fin dal loro primo apparire le sue composizioni più famose.
In questo cofanetto troviamo tre dischi che contengono, appunto, le "Dodici Sonate per Cembalo" ed altre dieci composizioni per tastiera, alcune delle quali specificatamente indicate dall'autore per l'interpretazione all'organo.
Questa produzione non è la prima che propone l'integrale delle Sonate cembalistiche di Benedetto Marcello (ne esiste una risalente al 2001 edita da Chandos che vede alla tastiera Roberto Loreggian) ma l'impostazione qui propone anche l'organo come strumento protagonista, oltre a presentare -come abbiamo detto- anche altre opere, alcune delle quali (quasi) espressamente dedicate all'organo.
Nel primo disco troviamo sei sonate (precisamente la prima, la quarta, la sesta, l'ottava, la nona e la decima) interpretate da Chiara Minali all'organo della chiesa di San Pietro Apostolo di Valeggio sul Mincio. Nel secondo disco troviamo le altre sei sonate (seconda, terza, quinta, settima, undicesima e dodicesima) interpretate al cembalo da Laura Farabollini. Il terzo disco è "dedicato" alle composizioni, diciamo così, "aggiuntive", anch'esse ripartite tra cembalo (Quattro Sonate, la Ciaccona e le Variazioni) e l'organo, dove troviamo due Sonate e due Fughe che nel titolo riportano espressamente la dicitura "per organo".
Bisogna dire che la scelta dei due strumenti per la proposizione di queste composizioni non è per nulla azzardata. In effetti (e già lo abbiamo detto innumerevoli volte su queste pagine, in particolar modo per le Triosonate di Bach) a quell'epoca clavicembalo ed organo erano strumenti "equipollenti" e la scrittura per il cembalo era intesa naturalmente anche per l'organo (mentre lo stesso non sempre -soprattutto nell'ambito della musica organistica nordeuropea- si può dire del contrario). Ecco, quindi, che questa scelta strumentale non solo ci presenta un punto d'ascolto "alternativo" ma -e forse questa è la caratteristica di maggiore interesse- ci offre la possibilità di ascoltare queste musiche in una cornice entro cui senz'altro a quel tempo erano presentate ed apprezzate.
Laura Farabollini è una valente e molto apprezzata cembalista che unisce alla musica anche l'attività di docenza in Lettere (è anche Laureata in Lettere Moderne a Torino). Dopo aver conseguito i Diplomi in Pianoforte (con la Sbarrato), in Clavicembalo (con la Lanfranco) e Composizione (con Ferrara) ad Alessandria ed avere anche conseguito la Laurea, con il massimo dei voti, in Didattica della Musica, si è perfezionata con grandi maestri, tra cui Koopmann e Van Asperen, approfondendo inoltre lo studio delle tastiere storiche con la Fadini. Molto attiva nell'ambito di diversi ensembles e formazioni cameristiche, si è distinta con successo nella proposizione di "integrali" cembalistiche dedicate a grandi compositori classici, tra cui Domenico Zipoli, di cui ha inciso -per Brilliant Classics- l'opera omnia per cembalo. Ha conseguito molti premi in prestigiose competizioni musicali nazionali ed internazionali ed ha svolto attività di docenza e di collaborazione presso il Conservatorio di Alessandria. Come strumento personale (su cui ha anche effettuato le registrazioni presenti in questi dischi) ha scelto la copia di un cembalo a due tastiere e quattro registri, un Taskin di fine Settecento, realizzato da Corazza nel 2003.
Chiara Minali è una bravissima organista e cembalista. Brillantemente diplomata, ha studiato con Corti, Vartolo e Bugatti e si è perfezionata con Radulescu. Vincitrice di numerosi premi, ha svolto e svolge tuttora intensa attività concertistica sia come solista (organo e cembalo) che nell'ambito di diverse formazioni strumentali, con le quali si è esibita in diverse città europee conseguendo unanimi apprezzamenti di pubblico e critica. E' stata organista presso diverse chiese veronesi ed attualmente è secondo organista della Cattedrale di Verona. Per diversi anni ha anche effettuato attività come docente presso l'Istituto Diocesano di Musica Sacra, sempre in Verona.
L'approccio al repertorio di questi dischi da parte di queste due brave interpreti risente in modo fondamentale dalla rigorosa scuola da cui esse provengono. Ad una tecnica squisitamente cembalistica di ottima precisione, si affianca una lettura attenta e profonda, che va a scovare le diverse anime che ispirano le Sonate di Marcello, esaltandone da una parte il contrappunto sempre misurato e dall'altra l'eleganza, la raffinatezza e la "signorilità" delle melodie e la vivacità ed "allegrezza" dei movimenti veloci, rappresentandoci in modo -a nostro parere- molto aderente la personalità musicale di questo grande compositore ed il suo titolo di "Principe della Musica".
Del clavicembalo della Farabollini abbiamo detto. L'organo scelto per l'incisione, invece, merita qualche parola in più per la sua impostazione e per le sue caratteristiche. Si tratta di uno strumento realizzato dall'organaro Giovanni Battista Sona nel 1812 e bisogna qui sottolineare come in questo strumento -abbastanza inaspettatamente per la verità- si possano trovare alcuni prodromi delle caratteristiche che si dispiegheranno nell'ambito dell'organaria italiana qualche decennio dopo.
Si tratta di un organo che per quell'epoca può essere definito "grande", in primis perchè dotato di due tastiere e, poi, per il fatto di avere una robustissima base fonica di sedici piedi. La disposizione fonica è ricchissima ma non ridondante e presenta una piramide di Ripieno che arriva fino alla Trigesimasesta (per il primo organo e fino alla Vigesimanona per il secondo) a cui è affiancata una serie di bellissimi flautati e diverse ancie (Trombe, Corno Inglese, Violoncello, i classicissimi Tromboncini della scuola veneta, Flicorno, Basso Tuba) che comprendono anche le cosidette "Trombe Squarciate", che altro non sono che l'antichissimo registro del "Serpentone". Tra gli accessori troviamo i Campanelli, la Banda Turca, gli Usignoli, il Tiratutti e la classica combinazione "alla Lombarda". Molto interessante è la pedaliera, uno dei primi esemplari nell'organaria italiana ad avere ventiquattro pedali tutti cromatici. Restaurato completamente da Formentelli nel 2000, questo strumento -adeguatamente e molto ben a proposito utilizzato e "stimolato" dalla Minali- si rivela assolutamente perfetto per queste musiche.
Il disco (cioè il cofanetto di tre CD) è stato presentato il 28 Ottobre scorso nella chiesa di Valeggio sul Mincio con un importante concerto in cui le due interpreti, oltre a presentare le musiche di Marcello, hanno anche interpretato brani di Galuppi, Pescetti, Valerj ed altri illustri esponenti della scuola cembalistico-organistica veneta classica.
Le registrazioni sono state effettuate, per il cembalo, nel Marzo 2017 nella chiesa parrocchiale di Castelferro (Alessandria) e, per l'organo, nel Gennaio 2018. Alla consolle ed al mixer il "solito" Federico Savio, di cui abbiamo già ampiamente parlato in occasione di innumerevoli precedenti recensioni su queste pagine e che continua a dimostrare di essere ormai, nell'ambito delle incisioni di musica organistica, uno dei migliori tecnici del suono attivi sulla scena musicale italiana ed europea. Presa di suono accuratissima, pulita e di grande "presenza" sia per il cembalo che per l'organo, del quale possiamo cogliere tutte le pur minime particolarità timbrico-foniche.
Lavoro di post-produzione eccellente e risultato finale di ottimo livello e qualità sono le cifre di questa produzione che, a parte un libretto a corredo in sola lingua inglese (visto che si tratta di musica italiana e la produzione non è solo destinata al mercato estero avremmo molto gradito anche la versione italiana -peraltro originale- dei testi) consigliamo caldamente a tutti i nostri amici lettori.


Divertimento Italiano - Musica per Harmonium e Pianoforte nei salotti dell'Ottocento
Harmonium: Andrea Toschi
Pianoforte: Carlo Mazzoli
Tactus - DDD - TC 850004 - 2018

di Federico Borsari

 Disco Divertimento Italiano Il "Salotto" in generale (ed il "Salotto Musicale" in particolare) è stato un fenomeno artistico e culturale che, soprattutto in Italia, ha segnato in modo profondo la vita artistica, culturale e musicale, aprendo orizzonti che per circa un secolo (dall'inizio dell'Ottocento e fino ai primi decenni del Novecento) hanno consentito alla Musica di ritagliarsi spazi nella società che prima erano impensabili e che, poi, si sarebbero trasformati, con l'avvento delle cosidette "Società Filarmoniche" e similari, in una fruizione molto più aperta e, per dirla in modo semplice, "popolare".
Prima dell'Ottocento, in tutta Europa, il fare musica "colta" era privilegio delle Case Regnanti, dove l'educazione e la pratica musicale erano solamente due delle innumerevoli discipline che venivano impartite ai nobili rampolli, che spesso e volentieri trovavano come "istitutori musicali" i migliori musicisti e compositori dell'epoca, i quali spesso -come avviene oggi per gli allenatori delle squadre di calcio- erano contesi dalle varie Corti e si trasferivano spesso e volentieri da una Casa Regnante europea all'altra, segnando così fortemente l'evoluzione di quella che nei secoli seguenti sarò denominata come Musica Classica Europea.
La nascita dei "Salotti" segue di pari passo la nascita della cosidetta "borghesia", cioè di quella classe sociale intermedia che, talora anche sprovvista dei necessari Quarti di Nobiltà, anche grazie all'evoluzione economica e sociale del tempo, proprio nell'Ottocento diventò l'ago della bilancia per la nascita e l'evoluzione di idee nuove che, per ciò che ci riguarda, condussero la penisola italica all'unificazione in Stato Nazionale. D'altra parte, lo sappiamo tutti, le idee "risorgimentali" ebbero origine proprio nei "salotti" (torinesi) dei primi decenni dell'Ottocento ed anche il nostro stesso Inno Nazionale (quel "Fratelli d'Italia" che è diventato Inno Ufficiale della nostra Nazione "solo" il 4 Dicembre 2017 (!)) ha avuto origine da un "salotto" borghese di Torino nel seguente modo (note tratte dagli scritti di Carlo Alberto Barrili, biografo di Mameli): "Colà, una sera di mezzo Settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d'accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell'anno (1847 - N.d.R.) per ogni terra d'Italia (...). In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l'egregio pittore (...). Giungeva egli appunto da Genova e, voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: 'Toh.. -gli disse- te lo manda Goffredo'. Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos'è, gli fan ressa d'attorno. 'Una cosa stupenda!' esclama il maestro, e legge ad alta voce e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio."... e a questo punto è Novaro stesso che parla: "Sentii dentro di me qualcosa di straordinario (...). So che piansi, che ero agitato e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo con i versi di Goffredo sul leggìo e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'Inno, mettendo giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me. Mi trattenni ancora un poco in casa di Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte, Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio, lo scrissi su un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani; nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio. Fu questo l'originale dell'Inno Fratelli d'Italia.".
A parte il tono patriotticamente agiografico e le contraddizioni del testo (cembalo o pianoforte?), questa era l'atmosfera che si respirava nei "salotti" della borghesia di quel tempo. E la stessa atmosfera, meno intrisa però d'enfasi patriottica (anche se uno degli autori presenti nel disco partecipò alla "Spedizione dei Mille" di Garibaldi), la si respira ascoltando le musiche di questo disco che, pur non presentando l'organo come strumento protagonista, ci propone un repertorio rarissimo, in cui compaiono autori che nessuno, probabilmente neppure gli "addetti ai lavori", ha mai sentito nominare ma che, in quegli anni, costituivano quel "sottobosco" musicale, ormai da circa un secolo dimenticato, che, forte di una tradizione musicale pluricentenaria ed una preparazione tecnica di alto livello, da una parte con le trascrizioni rendeva fruibili anche da noi musiche ed opere straniere e, con le sue composizioni (solidamente ancorate alla tradizione ma con moderate aperture alla novità), teneva ben viva una cultura musicale spiccatamente "italiana" in una realtà sociale complessa, agitata e musicalmente monopolizzata dalla figura del grande "Beppino" Verdi.
Nell'ambito dei "salotti" musicali ottocenteschi, per le loro caratteristiche di intrattenimento famigliare e conviviale, lo strumento principe era, naturalmente, il pianoforte, a cui venivano di volta in volta affiancati altri strumenti (violino, violoncello, flauto) e cantanti. Alla tastiera sedevano molto spesso le giovani damigelle che effettuavano gli studi musicali sotto la guida di istitutori privati, che, altrettanto spesso, erano maestri di musica a livello locale ma che -se andiamo a vedere le loro composizioni- quasi sempre si dimostravano musicisti di ottima levatura e di grande esperienza (e gli autori presentati nel disco lo dimostrano). L'harmonium, che a quei tempi era considerato l'organo "da casa", era altrettanto utilizzato in sostituzione del pianoforte e, talvolta, era anche utilizzato in coppia con esso; a questo proposito esiste una vastissima letteratura (a partire dal Prelude, Fugue et Variation di Franck, la cui stesura originale -a detta di molti critici- fu scritta, appunto, per questa coppia di strumenti e, guarda caso, è dedicato a due fanciulle che -come usava allora- con tutta probabilità lo suonarono nell'ambito di un "salotto", anche se la "prima" di quest'opera avvenne in concerto con lo stesso Franck all'harmonium e D'Indy al pianoforte) che testimonia quanto l'accoppiata harmonium-pianoforte fosse a quell'epoca molto praticata.
Il repertorio scelto per questo disco è, come dice il titolo, "italiano", cioè presenta musiche di una serie di autori che appartennero a quella categoria dei musicisti "locali" di cui abbiamo parlato prima e che in Italia rappresentavano (e facevano) la Musica nella sua accezione più "popolare"; talvolta erano insegnanti presso scuole private di musica, oppure direttori di banda o, anche, organisti (ma molto sovente, soprattutto nelle piccole realtà di provincia, tutte queste figure coincidevano) a cui in molti casi si deve la fondazione di svariati istituti musicali, alcuni dei quali poi trasformatisi nei più prestigiosi Conservatori italiani. La caratteristica peculiare di tutte queste figure è la perfetta padronanza della materia e la perizia in un tipo di composizione che spaziava attraverso generi musicali assai diversi tra di loro, dalla musica sacra alla trascrizione, dal balletto alla romanza, dalla composizione cameristica a quella per ensemble diversi, rivelandoci figure di solida scuola e di notevole ispirazione, con amplissima conoscenza della musica europea del tempo (soprattutto di quella francese) e spesso con un atteggiamento di ricerca formale che ancora oggi stupisce per la sua novità.
Nel disco troviamo undici brani di sette autori diversi. Si comincia con la "Grande Fantaisie sur le 'Domino Noir' de Auber", brano scritto nel 1880 da Giuliano Balbi, che ci porta nel campo della trascrizione. In effetti, questa Fantasia è una successione di sei movimenti che propongono le arie più importanti di una -per quei tempi- celeberrima opera teatrale di Daniel Auber, composta nel 1837 e che a Parigi, dalla sua apparizione fino a quel momento, aveva avuto più di mille repliche ed era -oggettivamente- l'opera più nota e conosciuta in tutta Europa. Ovviamente, a quell'epoca non esistevano i mezzi di comunicazione di massa (radio, tv, ed anche il fonografo -inventato da pochi anni- non era ancora entrato nella dotazione di quei pochi facoltosi che se lo sarebbero potuto permettere) e, quindi, il modo più comune di far conoscere queste opere (ed anche quelle degli autori italiani) era -appunto- la trascrizione. L'arte della trascrizione, a quei tempi, era per lo più praticata da musicisti "di Provincia", che tramite questo genere di composizioni facevano conoscere anche dove non esistevano i teatri le musiche più "alla moda". Questo sistema era inoltre molto praticato anche con i complessi bandistici e -come ben sappiamo- con l'organo, ed è proprio in seguito a questa consuetudine che prese forma quel fenomeno per cui anche in chiesa, durante le funzioni sacre, non era per nulla raro ascoltare, magari all'Offertorio ed all'Elevazione, le arie delle più note opere di Verdi. Di Balbi in questo disco troviamo anche un altro brano, questa volta più facile, dal titolo "Sous les rosiers", un Valzer appositamente scritto per un'esecuzione gradevole ed un effetto delicato, particolarmente adatto -appunto- per i salotti musicali. Giovanni Battista Croff, milanese e figlio d'arte, fu molto attivo non solo musicalmente (fu professore al Conservatorio) ma anche, dapprima, nei moti indipendentisti lombardi (compose diverse opere corali, tra cui alcuni inni patriottici che solo per puro caso sfuggirono alla distruzione ordinata dagli Austriaci alla vigilia dei moti del 1848) e, poi, come Garibaldino nella spedizione dei Mille. Nel disco ci vengono presentati due "Duetti" composti nel 1852 per 'Harmonium ovvero Fisarmonica" e Pianoforte, in cui possiamo apprezzare una composizione di stampo squisitamente classico e di ispirazione ricca di eleganti spunti melodici e di squisita eleganza formale. Domenico Silverj è una figura abbastanza nota nell'ambiente musicale marchigiano e romano. Nobile (aveva il titolo di Conte), fu educato -come era d'uso in quei tempi- alla carriera militare e, per la sua nobiltà, all'età di diciotto anni, venne ammesso a fare parte della Guardia Pontificia, la speciale arma militare che allora (ed ancora oggi) aveva l'incarico di salvaguardare la sicurezza del Pontefice. Educato alla musica fin da bambino, durante la sua permanenza a Roma ebbe occasione di conoscere diversi grandi musicisti -tra cui anche Rossini-che influirono sensibilmente sulla sua produzione musicale. Nonostante le sue alterne vicende politiche (aderì alla Repubblica Romana, alla caduta di questa fu espulso dalla nobiltà pontificia e messo in stato di "sorvegliato speciale" per poi aderire con entusiasmo al Regno d'Italia) Silverj è conosciuto per alcune sue composizioni che divennero "famose". La principale è (titolo originale) "L'Armonia Religiosa", una marcia pontificale da lui composta per il nuovo Papa Pio IX, che venne ufficializzata come inno del Papa e che, con alterne fortune, è rimasta nel repertorio ufficiale vaticano fino a pochi anni fa (questo brano, oggettivamente di grande impatto, fu molto apprezzato e venne rinominato, in inglese, "The Silveri Trumpets"; da lì a togliere una "i" e farlo diventare "The Silver Trumpets" il passo fu breve ed ancora oggi questo brano è così conosciuto), tra le altre possiamo annoverare il "Miserere" del 1872, una Messa Solenne, un'opera teatrale ("Giuditta"), una rappresentazione musicale delle "Sette Parole di Cristo" e, sua ultima opera, lo "Stabat Mater". Tra la sua produzione "minore" troviamo anche i due brani presenti in questo disco, la "Serenata" e la "Piccola Sonata Elegiaca", la prima scritta espressamente per Harmonium e Pianoforte, la seconda per Pianoforte ed "Harmoniflute", uno strumento a tastiera di invenzione francese (fu presentato nel 1855 all'Esposizione di Parigi) che rappresentava una via di mezzo tra la fisarmonica e l'harmonium e che divenne molto celebre e popolare, tanto da godere della scrittura di un apposito "metodo" di studio. Nei due brani di Silverj presentati nel disco si coglie subito l'ottima scuola e la forte influenza del cosidetto "bel canto", di cui possiamo apprezzare diverse delicate ed elegantissime citazioni. Nel disco troviamo poi due brevi pezzi di Emilio Mantelli, i "Due Piccoli Divertimenti", anche questi concepiti per essere eseguiti con l'Harmoniflute (di cui abbiamo parlato prima) ed il Pianoforte, dove sono le sfumature di colore e il gioco espressivo tra gli strumenti a dare vita a piccoli momenti di pura evasione musicale. Il "Bollero" (sic) di Carlo Spattini, compositore vercellese di cui non troverete alcun cenno neppure nelle più complete Enciclopedie della Musica, ci testimonia invece quanto il panorama musicale italiano "salottiero" dell'Ottocento risentisse fortemente anche delle influenze dei "ritmi" di danza che a quell'epoca interessavano la musica orchestrale europea (e non solo orchestrale; il famoso "Bolero de Concert" di Lefébure-Wély, che siamo abituati ad ascoltare eseguito all'organo, in effetti fu composto per Harmonium) ed il brano di Spattini ci testimonia come anche quella tendenza musicale fosse giunta nella nostra penisola grazie al lavoro ed all'interesse dei nostri musicisti "minori". Concludono il disco le "Variazioni per Pianoforte e Fisarmonica o Harmonium" di Ferdinando Bruno, musicista napoletano pressochè sconosciuto al grande pubblico, e la "Melodia" del milanese Filippo Filippi, che non fu solo un ottimo compositore ma, anche, un apprezzatissimo critico musicale e direttore per un paio di anni della Gazzetta Musicale milanese.
Andrea Toschi e Carlo Mazzoli, entrambi bolognesi e dai curricula onusti di successi sia come concertisti che come performers in incisioni discografiche di altissimo livello (dei dischi di Toschi abbiamo già parlato diverse volte su queste pagine), in questa produzione si sono approcciati ad un repertorio per certi versi "leggero" ma impegnativo sotto il punto di vista della ricerca e della riproposizione dell'"ambiente" in cui queste musiche furono composte e venivano eseguite, con l'esatto spirito di quel tempo, che è -fondamentalmente- quello del "divertimento", inteso in due significati della parola stessa, cioè "allontanare i pensieri da una cosa per rivorgerli ad un'altra" (in questo caso, potremmo dire, distoglierli dalle preoccupazioni quotidiane per rivolgerli alla Musica) e "passare il tempo in modo piacevole, procurando diletto e svago", e non è per un caso che il disco si intitola -giustamente- "Divertimento Italiano". Sotto questo punto di vista, l'approccio risulta perfetto; Toschi e Mazzoli dialogano, si confrontano, si affiancano e divergono, si palleggiano con maestria ed esperienza i temi, gli sviluppi ed i respiri di queste musiche, ricreando alla perfezione quella che -presumiamo- era l'atmosfera dei salotti musicali dell'Ottocento e riportando, con loro, alla ribalta un repertorio che, a dispetto della "puzza di vecchio" che si potrebbe a tutta prima percepire da queste pagine finora dimenticate, ci dimostra -ma già altre volte lo abbiamo sottolineato su queste pagine- che la musica (in questo caso quella italiana) dell'Ottocento ha visto in queste centinaia di musicisti di secondo piano il vero humus da cui ha poi avuto origine la musica italiana moderna.
Alla bellezza del repertorio si unisce, poi, anche una "chicca" di filologia strumentale, che -secondo noi- è un'ulteriore dimostrazione di quanto sia stata accurata la preparazione e la realizzazione di questo disco. Per l'interpretazione Toschi e Mazzoli hanno infatti scelto due splendidi strumenti d'epoca, rispettivamente un harmonium a pressione Kasriel datato 1905 ed uno splendido pianoforte targato Pleyel risalente al 1860.
Anche se questo disco non rientra propriamente nell'ambito della musica organistica che siamo soliti recensire, lo abbiamo trovato assolutamente splendido, di grande interesse musicale e storiografico e straordinariamente gradevole all'ascolto. Lo consigliamo davvero con piacere a tutti i nostri lettori... e che divertimento sia!


Georgi Mushel - Complete Organ Music
Organista: Benjamin Saunders
Organo Cattedrale di Leeds
Brilliant Classics - DDD - 9279 - 2013

di Federico Borsari

 Disco Mushel Abbiamo già citato una volta, su queste pagine (precisamente QUI), Georgi Mushel, un autore poco conosciuto nell'ambito della musica organistica se non per la sua "Toccata". In effetti egli fu un brillante musicista, un ottimo compositore ed un personaggio assai importante nell'ambito della musica "sovietica" del Novecento, ricoprendo anche l'incarico di Direttore del Conservatorio di Tashkent, la capitale dell'attuale Uzbekistan.
Georgi Alexandrovich Mushel nasce a Tambov, nella Russia imperiale, il 29 Luglio 1909. Dotato di ottime capacità musicali, all'età di ventun anni entra al Conservatorio di Mosca dove studia con Gnessin, Oborin e Mjaskowski (a sua volta allievo di Rimski-Korsakov). Brillantemente diplomato in Pianoforte e Composizione, verso la fine degli Anni Trenta del secolo scorso assume dapprima la cattedra di Pianoforte al Conservatorio di Tashkent e in seguito, nel 1976, è nominato professore di Composizione presso lo stesso Conservatorio. Mushel trascorrerà tutta la sua vita in quella città, dove poi morirà il 25 Dicembre 1989, proprio nel mezzo del periodo storico di sfaldamento dell'Unione Sovietica che porterà l'Uzbekistan, neppure due anni dopo (Settembre 1991), all'indipendenza.
E' indubbio che il mezzo secolo trascorso in Uzbekistan abbia fortemente condizionato la sensibilità artistica (Mushel era anche un valente pittore) e musicale di questo compositore; le melodie del canto tradizionale, le affascinanti vestigia di un passato plurimillenario, le distese desertiche, gli sterminati panorami, le valli ricche di colori e popolate da un'umanità semplice ma generosa sono stati i cardini su cui Mushel ha mano a mano costruito un'estetica artistica e musicale che si è concretizzata nelle sue opere pittoriche e nelle sue composizioni, che sono letteralmente intrise di queste atmosfere del tutto particolari.
Come era prassi ed abitudine nell'Unione Sovietica, Mushel era -burocraticamente- un normalissimo "funzionario" statale, e come tale i suoi compiti erano essenzialmente quelli di svolgere bene il suo mestiere di insegnante di musica, formando le nuove generazioni di musicisti che avrebbero dovuto portare alte nel Mondo le idee musicali della grande Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ed anche la composizione musicale -in quell'epoca ed in quei luoghi- doveva essere soprattutto finalizzata a tali scopi. Mushel, forse anche per la sua posizione "defilata" rispetto alla centralità politico-musicale del PCUS, riesce, a differenza di molti altri musicisti ben più noti del panorama sovietico, invece a mantenere nella sua produzione un profilo meno "politico" e più "artistico". Non troviamo nella sua produzione musicale, peraltro assai variegata e consistente, sinfonie e concerti in celebrazione degli operai delle gloriose industrie siderurgiche (che, peraltro, nel poverissimo Uzbekistan non esistevano) oppure magniloquenti suites che glorificassero le sfolgoranti vittorie della Rivoluzione d'Ottobre. Quello che troviamo nelle sue composizioni (ed anche in quelle per organo) è una passione ed un amore profondo per la terra in cui egli viveva e di cui egli cercava di fissare le caratteristiche sia nei suoi quadri che nelle sue musiche.
Come, abbiamo detto, la produzione musicale di Mushel è abbastanza nutrita. Vi troviamo molte opere orchestrali, tra cui diverse Sinfonie, Balletti, opere corali, brani per ensemble di strumenti diversi, composizioni per pianoforte, musiche per film, musiche di intrattenimento e, per ciò che ci riguarda, una quindicina di brani per organo (di cui alcuni sono trascrizioni dell'autore di brani pianistici) che troviamo raccolti in due Suites ("Samarkand Suite" e "Uzbekistan Suite") a cui si aggiungono i "Six Pieces" e l' "Elegia", trascritta per organo dal pianoforte. Inutile sottolineare (lo dicono chiaramente i titoli) come il "territorio" sia stato il principale elemento di ispirazione di Mushel.
Il disco si apre con la Samarkand Suite che, come dice il titolo, è ispirata dalla plurimillenaria città di Samarkand. Samarcanda è una delle città più antiche (può vantare quasi tremila anni di storia) che esistano al Mondo. Patrimonio dell'Umanità dal 2001, questa città deve la sua fama (e la sua longevità) alla sua posizione geografica, che ne fa uno dei punti strategici di quella che nei millenni scorsi era la cosidetta "Via della Seta", cioè quel percorso che consentiva gli interscambi commerciali tra l'Europa e l'Asia. Crocevia di molteplici culture e religioni, essa si trova praticamente al centro geografico di alcune popolazioni antichissime (Uzbeki, Tagiki, Persiani...) ed è stata ispirazione per moltissime opere letterarie (tra cui una leggenda popolare che ispirò l'omonima famosa canzone italiana che rese celebre Vecchioni -che la cantava- e Branduardi -che suonava il violino- apparsa nel 1977) e che venne citata anche da Marco Polo nel resoconto dei suoi viaggi verso l'Oriente. La Suite di Mushel si compone di cinque "quadri" che, esattamente come altrettante tele pittoriche, descrivono luoghi, momenti ed atmosfere di questa città e dei suoi luoghi più caratteristici. I cinque brani si intitolano, rispettivamente, "Qasida to the Master Builders of Ancient Samarkand" (la "Qasida" è un genere poetico arabo del VI secolo che qui viene preso in prestito e messo in musica per celebrare i costruttori dell'antica città), "On the Deserted Hills of Afrasiyab", che rappresenta in musica uno dei siti archeologici più antichi di Samarcanda, risalente nelle origini al 500 a.C., "The Flowering River Valley of the Zaravshan", in cui Mushel ci presenta l'ubertosa valle del fiume che attraversa Tagikistan ed Uzbekistan e scorre accanto a Samarcanda, "In the Twilight of the Shakhi Zinda Nacropolis", dove protagonista è l'antica necropoli, vicina a Samarcanda, le cui origini risalgono all'Undicesimo Secolo e nella quale, secondo una leggenda locale, pare sia sepolto il cugino del Profeta Maometto, e "Samarkand in the Light of the Rising Sun", che ci rappresenta la luce dell'alba che illumina la città. Come si vede (e come si può ascoltare nel disco), in quest'opera l'autore tratta il pentagramma come una tela pittorica, sulla quale stende le sue pennellate e ricrea situazioni, luci, atmosfere ed impressioni esattamente come un pittore (e lui lo era), nella migliore tradizione della musica descrittiva, che nella rappresentazione del paesaggio trova il canale più adatto per raffigurara e trasmettere le emozioni. In queste pagine (ed anche in quasi tutte le altre), Mushel riesce anche ad esprimere un'estetica "quasi" fotografico-istantanea, rendendo questi brani come una specie di "documento" sonoro, i cui titoli sarebbero perfetti come didascalie di una mostra -appunto- fotografica.
Segue l'"Elegia" che, come abbiamo detto, è la trascrizione, fatta dall'autore stesso, di un suo brano per pianoforte. I "Six Pieces" che seguono presentano un'impostazione formale più "classica", riprendendo l'architettura delle "raccolte" di brani di genere ed impostazione diversi. Troviamo qui brani di diversa estrazione; abbiamo l'estetica "classica", con il "Preludio" e la "Fuga", quella "romantica" ("Nocturne" e "Intermezzo") e due brani che Mushel inserisce per sottolineare la "sua" estetica. Il primo reca come titolo "In memory of Navoi" ed è un brano celebrativo di un notissimo e popolarissimo poeta uzbeko vissuto nel quindicesimo secolo (dal 1441 al 1501) che è considerato uno dei "padri" culturali di quella regione ed a cui, a Tashkent, è stato intitolato il più importante teatro (il "Alisher Navoi Opera and Ballet Theatre", costruito a cavallo della seconda guerra mondiale grazie alla manodopera -forzata- fornita dai prigionieri di guerra Giapponesi e terminato nel 1945), un bellissimo parco pubblico dove campeggia una sua grande statua ed una delle più importanti stazioni della metropolitana, realizzata in uno stile gotico-moresco e che, da sola, varrebbe la spesa del viaggio per poterla ammirare. Inoltre, per comprendere bene quanto importante sia in Uzbekistan questa figura storica, basti dire che a lui è stata intitolata addirittura una città, attuale importante centro di produzione di gas naturale; la particolarità di questa città è che essa fu ri-fondata nel 1958 dopo un lungo periodo di abbandono e che anche la città originale portava lo stesso nome. Il secondo brano che testimonia l'estetica musicale di Mushel è l' "Improvisation on an Uzbek folk theme", dove ben chiara appare l'influenza che la musica tradizionale Uzbeka ebbe sulla produzione di questo autore.
Conclude il disco la seconda suite per organo ("Uzbekistan Suite"), formata da soli tre brani ma che, nell'ambito della musica "russa", è la sua composizione più conosciuta. Qui i titoli non sono "evocativi" come nell'altra suite, ma la musica è anche qui perfetta rappresentante dell'ideale di Mushel. Dei tre brani che la compongono ("Aria", "Toccata" e "Fuga") sono state elaborate, sia dallo stesso autore che da altri musicisti, diverse trascrizioni anche per grande orchestra che vengono abitualmente proposte con grande successo in particolar modo nei Paesi dell'ex-URSS della zona meridionale. Della stessa "Toccata" esistono alcune versioni, sempre per organo ed elaborate dallo stesso Mushel, che da qualche anno vengono proposte in concerto nel Mondo, ed anche qui in Italia, come pezzi di bravura e virtuosismo. In questo disco l'organista ce ne propone la versione originale.
Georgi Mushel appare, dalle sue musiche, un compositore che, attingendo dalla solidissima scuola russa, sotto certi aspetti ne amplia ed esalta alcune caratteristiche basilari come la poetica delle melodie, la predilezione per le danze ed i canti popolari, la magniloquenza della rappresentazione naturalistica e l'orgogliosa appartenenza territoriale. Sotto questo aspetto, egli appartiene totalmente alla grande tradizione musicale russa dell'Ottocento e del Primo Novecento. Nelle sue composizioni -come abbiamo già accennato- è inoltre molto sottolineato l'aspetto descrittivo ed impressionista, trasposto però in un'estetica dove diversi elementi di modernità ne rendono molto più "attuali" gli stilemi. Sicuramente Mushel non è uno dei "grandi" musicisti russi, peraltro quasi suoi coetanei (Rachmaninov, Shostakovich, Prokofiev), che abitualmente siamo soliti ascoltare nelle nostre sale da concerto ed altrettanto sicuramente questa sua posizione di "seconda fila" è dovuta al fatto che egli operò sempre -letteralmente- "ai confini dell'Impero"; riteniamo però che una valorizzazione della sua figura musicale -e non solo organistica- anche nell'ambito dei confini internazionali sia perlomeno doverosa.
Benjamin Saunders, uno dei migliori organisti britannici attualmente sul panorama musicale organistico internazionale, è l'interprete di queste musiche. Dedicatosi giovanissimo alla musica, educato a Cambridge alla grande scuola di Peter Hurford, ha calcato le cantorie di prestigiose cattedrali inglesi (Edinburgo, Blackburn, Chester) prima di approdare alla consolle del monumentale Norman & Beard/Klais della Cattedrale di Leeds, dove è, inoltre, direttore di tutte le attività musicali e del prestigioso coro. Interprete e solista di ottima fama e particolarmente apprezzato per le sue doti musicali ed interpretative, nel suo repertorio spazia dai classici ai romantici, dalla trascrizione al jazz, dagli arrangiamenti alla musica contemporanea, rivelandosi un musicista completo, di grande esperienza e di ampia apertura verso generi anche assai diversi tra di loro. In quest'incisione egli ci presenta la musica di Mushel per quella che effettivamente è, con tutte le sue caratteristiche e le sue particolarità, riuscendo a coglierne assai in profondità le forti pulsioni ispiratrici e riuscendo a rappresentarcene con maestria e partecipazione le caratteristiche "pittoriche", che sull'organo di Leeds, grazie alle sue possibilità fonico-timbriche di splendida qualità e fattura, risaltano ancora più sottolineate e presenti.
Lo strumento, abbiamo detto, è un grande organo a quattro tastiere, pedaliera e 49 registri nominali (57 reali) suddivisi in due corpi d'organo e sette sezioni foniche. Le sue caratteristiche originali (Norman & Beard lo realizzò nel 1904) lo vedono -come tutti gli strumenti britannici dell'epoca- assai povero di mutazioni (nessuna mutazione semplice, solo tre ripieni da tre file ciascuno) ma molto robusto nei "fondi" (sette Principali, ventitre registri nella tessitura degli otto piedi), nelle ancie e nei registri coloristici. Il lavoro di ri-costruzione effettuato da Klais nel 2010 variando la disposizione dei corpi fonici, ne ha mantenuto intatte le potenzialità e le caratteristiche originali, che per l'interpretazione delle musiche di Mushel si rivelano assolutamente perfette.
Le registrazioni sono state effettuate il 26 Novembre 2012 a cura di Andrew Mellor e Craig Jenkins. La presa di suono è molto buona e riesce a rendere molto fedelmente tutte dinamiche di questo strumento anche se, per certi versi, personalmente avremmo preferito una "presenza" dei dettagli fonici e timbrici meglio definita, magari con qualche rumorino di fondo in più ma con maggiore "grinta" e definizione di suono. Il risultato è comunque ottimo ed anche il lavoro di post-produzione si rivela accurato e molto preciso. Discreto e mediamente esaustivo è infine il libretto a corredo, con iconografia essenziale e testi a corredo -come di prassi nelle produzioni di questa casa discografica- in sola lingua inglese.
In definitiva, si tratta di un disco il cui interesse musicale va ben oltre le solite aspettative e ci presenta un autore ed un repertorio che molto difficilmente si riesce ad ascoltare sia in concerto che su disco. Il fatto, poi, che in quest'incisione sia presente praticamente tutta la produzione organistica di questo compositore pressochè sconosciuto è sicuramente il motivo principale per cui -a nostro parere- questo disco non debba mancare nella discoteca sia degli addetti ai lavori che dei semplici appassionati, che lo troveranno di assoluto interesse e di gradevolissimo ascolto.


"La Nativité du Seigneur" di Messiaen on The Web
Organisti Vari - Organi Vari

di Federico Borsari

"La Nativité du Seigneur" è una delle opere più conosciute -ed interpretate- di Olivier Messiaen. Si tratta, per così dire, di un'opera "giovanile" di questo autore, che la compose all'età di ventisette anni ma che, per la sua ampiezza, vastità di ispirazione e novità di tecnica compositiva, rimane ancora oggi un punto fermo della musica organistica contemporanea. In quest'opera, composta di nove "meditazioni", Messiaen si avvale dei cosidetti "modi a trasposizione limitata", di sua invenzione, che consentono, grazie alla loro costruzione molto particolare, di essere "trattati" in modo estremamente duttile sia melodicamente che armonicamente. Nella sua produzione successiva Messiaen esplorerà ed adotterà anche altre novità compositive (riproduzione dei canti degli uccelli, ritmi indù, costruzione geometrica dei brani mediante scomposizione e ricomposizione di cellule tematiche e sezioni, ecc.) ma è "La Nativité" che viene considerata unanimemente come la sua opera più rappresentativa.
Oggi, con l'avvicinarsi del periodo natalizio, abbiamo deciso di proporvi integralmente quest'opera tramite l'interpretazione di diversi organisti di cui abbiamo rintracciato le performances sulla grande rete. La prima meditazione "La Vierge et l'enfant" ci viene proposta da Brandon Burns alla consolle dello Schantz 2005 della Trinity Episcopal Cathedral di Phoenix, in Arizona, un grande organo con quattro tastiere ed una novantina di registri reali, molti dei quali in derivazione e prolungamento (una settantina di registri reali).



La seconda meditazione, dedicata ai pastori ("Les Bergers"), la troviamo interpretata da Damien Savoy, un giovane organista elvetico, alla consolle del grande organo Wolf-Giusto realizzato nel 1929 per la Basilica dell'Assunta (Église Rouge) di Neuchâtel con tre tastiere, 43 registri nominali (47 reali) e trasmissione pneumatica.



"Desseins Éternels", la terza meditazione, la proponiamo qui interpretata da Jonathan Dimmock allo splendido organo della Cathedral of Christ the Light di Oakland, costruito da Létourneau nel 2008 su quattro tastiere, 95 registri nominali (97 reali) e trasmissione elettropneumatica.



La quarta meditazione, "Le Verbe", ve la proponiamo nell'interpretazione dell'organista cinese Hon Ki Cheung. L'organo è il Wolff 1996 della Bales Recital Hall di Lawrence, in Kansas, con tre tastiere, trasmissione mista (meccanica per tastiere e pedaliera ed elettronica per i registri) e 49 registri nominali (66 reali) con foniche di carattere francese classico ed accordatura in tono medio.



Un'altra giovane organista, l'ungherese Szilvia Szabó, interpreta assai bene la quinta meditazione, "Les enfants de Dieu". Purtroppo non abbiamo notizie dell'organo utilizzato che, nonostante le piccole dimensioni, presenta timbriche assolutamente squisite.



La sesta meditazione, dedicata agli Angeli ("Les Anges") l'abbiamo scelta tra le interpretazioni della brava organista norvegese Marta Tsvettsikh (tra l'altro anche brillante pianista e compositrice) all'organo Marcussen & Søn 1990 della Lindemansalen di Oslo, che presenta tre tastiere, 44 registri nominali (62 reali) e trasmissione mista (meccanica per tastiere e pedaliera ed elettronica per i registri).



E' ancora Jonathan Dimmock, all'organo di Oakland, che ci propone la settima meditazione, "Jesus accepte la souffrance".



L'organista titolare dell'Institut National des Jeunes Aveugles di Parigi, Dominique Levacque, interpreta per noi l'ottava meditazione, dedicata ai Magi ("Les Mages") all'organo Cavaillé-Coll/Dargassies 1883-1997 (tre tastiere, 67 registri nominali -88 reali- e trasmissione mista) della Sala Grande (Salle André Marchal) dell'Istituto.



Per la meditazione finale ("Dieu parmi nous"), tra le tante presenti in rete, abbiamo scelto un'interpretazione "storica" da parte della splendida Gillian Weir che, per l'occasione, siede alla consolle del massiccio Cavaillé-Coll 1890 della chiesa di St.Ouen di Rouen. QUI trovate il video.