César Franck - The Organ Works
Organista: Fausto Caporali
Organo Chiesa dei SS.Tommaso e Andrea di Pontevico - Italia
Fugatto Records - FUG029 (2CD) - DDD - 2011
di Federico Borsari
Ed eccoci a recensire una nuovissima produzione, questa volta audio, dell'amico Federico Savio che, per così dire, "gioca in casa" proponendoci una bella integrale franckiana interpretata sul Mascioni della chiesa dei SS.Tommaso ed Andrea di Pontevico da Fausto Caporali.
Abbiamo recensito in passato su queste pagine diverse integrali Franckiane (l'ultima è stata quella di Domenico Severin) ed accingerci a recensire la performance di Caporali ci offre diversi spunti di riflessione. Il primo ci è proposto dallo stesso organista, che nella sua presentazione delle opere per organo di Franck, che troviamo all'interno dell'opuscolo, dice che "Non c'è da dare alcun valore a una presunta 'tradizione Franck' con relativi segreti" e, poco appresso, che "..non esiste alcuna tradizione da vantare ma solo una materia viva da plasmare con ampi margini di libertà.". Proseguendo nella sua disamina, Caporali poi dice che il Franck presentato nel disco "vuole essere innanzitutto rispettoso del segno grafico della partitura (l'unico che è 'tradizione'), seguendo ancora una volta l'idea del 'rispetto dell'autore' che connatura la nostra cultura; e sull'onda franckiana si sottolineano le sue ampie melodie, il tempo non troppo regolare, i dettagli di abbandono sentimentale, il suono largo e mai violento, la passione eroica, la quadratura dell'architettura, ciò che al lato pratico vuol dire tenere tempi continuamente mobili, cassa espressiva sempre sensibile, suoni caldi, pigli eroici, registrazioni di brani 'da un capo all'altro'.".
Siamo perfettamente d'accordo con questa analisi ma non possiamo fare a meno di rilevare una palese contraddizione in queste parole. Se è vero che non esiste tradizione franckiana, da dove escono fuori queste "libere interpretazioni" su cosa dedurre dalle musiche del grande César? Non certo dalle partiture, poichè in nessuna partitura di Franck stanno indicati "abbandono sentimentale", "suono largo e mai violento", "passione eroica" e via discorrendo. D'altra parte, se noi dovessimo davvero essere assolutamente "rispettosi del segno grafico della partitura", non avremmo bisogno di alcun interprete; sarebbe infatti sufficiente trascrivere le partiture (compresi i segni espressivi e tutto il resto) su di uno dei tanti programmi di Midi-sequencing che ormai abbondano nei nostri personal computers ed avremmo -effettivamente- il "rispetto dell'autore" (chi scrive si è già cimentato in questo tipo di attività, "realizzando" anche intere Sinfonie di Widor e di Vierne...il risultato è tecnicamente perfetto ma, musicalmente parlando, assolutamente privo di qualsiasi emozione). Ed allora, se nelle partiture non esistono queste indicazioni e la "tradizione Franck" è una favola, da che cosa trae Caporali le indicazioni per "interpretare" Franck con "tempi continuamente mobili", "suoni caldi" e "pigli eroici"? E se in effetti è assolutamente vero, come dice sempre Caporali, che "due organisti francesci moderni, entrambi provenienti da questa ipotetica tradizione, suonano in modo opposto la stessa musica", ciò, a nostro modesto parere, significa che, se forse può essere vero che non esiste "una" tradizione Franck, è però indubitabile che esistono "tante" tradizioni Franck, che derivano dalla personalità dell'interprete, dalla sua sensibilità musicale, dall'approccio al messaggio musicale, dal modo di proporre quello che egli nella partitura riesce a vedere (e che può essere differente da quello che vede un altro); in breve, Caporali nega la tradizione franckiana "tout court", proponendoci in questa incisione la "sua" tradizione che, guarda caso, non si discosta poi di molto dai canoni che ogni musicista riconosce in queste opere, canoni che ci riportano dritti dritti al più genuino Romanticismo organistico.
Nei due CD che compongono la produzione, Caporali ci propone l'opera organistica di Franck secondo il percorso "filologico" temporale che ormai accomuna tutte le integrali, che vede i brani ordinati cronologicamente. Nel primo disco troviamo le "Six Pièces" (Fantasia in Do, Grande Pezzo Sinfonico, Preludio Fuga e Variazione, Pastorale, Preghiera e Finale) del 1862; nel secondo CD abbiamo le "Trois Pièces" del 1878 (Fantasia in La, Cantabile e Pezzo Eroico) mentre i Tre Corali del 1890 chiudono l'incisione.
L'interpretazione di Fausto Caporali è, in effetti, assolutamente aderente ai principi più sopra esposti. Il Franck che egli ci presenta è romantico quanto basta senza scivolare nella retorica sentimentale, lo spirito musicale è colto nella giusta misura e nel senso più consono ai canoni di un romanticismo di solida fattura, mai stucchevole e scevro dai facili effetti fini a se stessi. La tecnica interpretativa, visto il calibro dell'interprete, non si discute e, anzi, conferma anche qui la bravura di questo artista che è senza alcun dubbio uno dei nostri migliori esponenti a livello internazionale. Gli unici appunti che gli possiamo muovere è la scarsa evidenziazione (peraltro voluta) di alcuni temi in favore dell'accompagnamento ed alcune conclusioni un poco "sbrigative", come ad esempio quella della "Grande Pièce Symphonique", che avremmo gradito più "ampia", grandiosa, solenne e -appunto- sinfonica. Altrettanto opinabili ci sono parsi alcuni tempi che, ad esempio nella Pastorale, si sono rivelati, a nostro parere, pure troppo "mobili".
L'organo utilizzato per quest'incisione è stato realizzato nel 2009 da Mascioni su tre tastiere, pedaliera e due corpi d'organo e presenta una tavolozza timbrico-fonica che si distacca abbastanza dai canoni della filologia organistica contemporanea e che pur presentando una solida base classica italiana, la integra con diversi registri che lo rendono adattissimo all'esecuzione di un repertorio assai vasto, con una particolare sensibilità per il postromanticismo ed il sinfonismo organistico del tardo ottocento. Una scelta a nostro parere perfetta per questo tipo di musica.
L'ultimo cenno, come sempre, va all'aspetto tecnico della produzione. Su questo non possiamo che rimanere, ancora una volta, assolutamente sorpresi dall'assoluta qualità di queste incisioni. Abbiamo già ribadito più volte la pressochè assoluta perfezione delle produzioni video di Federico Savio ed anche questa volta egli non è stato da meno; se poi consideriamo che tutto il lavoro, dalla presa di suono (effettuata nell' Aprile di quest'anno 2011) alla post-produzione, dalla scelta dello strumento alla realizzazione grafica dell'opuscolo a corredo è stato effettuato personalmente da lui, dobbiamo in tutta sincerità dire che la qualità di questo lavoro non è certamente da meno (e talora è anche di qualità superiore) rispetto a tante iperblasonate produzioni discografiche che si avvalgono dell'opera di staff di decine di tecnici, operatori del suono, registi, produttori, grafici e via discorrendo. La presa di suono è splendidamente presente e sottolinea in modo impeccabile le varie sonorità dello strumento; eco e riverbero misurati e calibrati in modo pregevole, rumore di fondo in misura assolutamente fisiologica.
In definitiva, un ottimo doppio CD che vale la pena di acquistare, porre in bella evidenza nella nostra discoteca ed, ovviamente, ascoltare con attenzione ed interesse.
Romantica - Violon et Orgue
Organista: Domenico Severin - Violino: César Velev
Organo Eglise St. Etienne di Cernay - Francia
Syrius - SYR141441 - DDD - 2011
di Federico Borsari
Abbiamo recentemente trattato in queste pagine una bella incisione di musica italiana "romantica" per organo e violino, interpretata da Andrea Toschi e Roberto Noferini, dove avevamo sottolineato quanto l'Italia sia stata in quel periodo, posto a cavallo tra il XIX ed il XX Secolo, una delle realtà più importanti e significative in un panorama europeo ricchissimo di autori e di opere che, seppur poco considerati, hanno rappresentato uno dei momenti più alti della nostra storia musicale.
Oggi trattiamo un altro bel disco che approfondisce e chiarisce i collegamenti tra l'Italia e la Germania, andando alla ricerca di quel "fil rouge" che ebbe origine proprio in Germania e che si dipanò nella nostra penisola, influenzando l'opera e la creatività dei nostri musicisti, nell'ambito di quello che comunemente noi definiamo come "Periodo Ceciliano". In questo disco troviamo un "continuum" musicale che parte dal grande Rheinberger, definito come il padre della moderna sonata organistica, per arrivare al nostro Oreste Ravanello (di cui parliamo nella pagina dedicata ai Personaggi). In questo percorso artistico possiamo apprezzare e comprendere come il linguaggio tipicamente post-romantico mitteleuropeo di quell'epoca sia solidamente alla base di un movimento musicale vasto ed articolato che se da una parte vede nella rivalutazione della classicità uno dei cardini della sua evoluzione, dall'altra testimonia inequivocabilmente la sua diretta discendenza da un Romanticismo sinfonico che ha trasformato radicalmente gli scenari musicali (organistici e non) europei.
E' da dire qui, così come per l'altro disco citato, che le opere originali composte specificatamente per organo e violino sono abbastanza rare; in effetti la maggior parte di queste composizioni sono state concepite per violino e pianoforte, ma quasi sempre gli autori hanno lasciato ampia discrezionalità agli interpreti di sostituire (ed in diversi casi l'hanno espressamente indicato in partitura) il pianoforte con l'organo. Allo stesso modo è da sottolineare come in questo repertorio siano assai comuni le trascrizioni, molto spesso realizzate dagli stessi autori. Questo ci permette di comprendere molto bene che il fine ultimo di queste opere è il concerto e non certamente l'utilizzo liturgico, cosa che permette agli autori di privilegiare l'aspetto più "emozionale" della composizione. Ed in questa incisione è molto ben sottolineato questo aspetto, che comprende strutture melodiche di grande impatto emotivo ed elaborazioni armoniche di squisita raffinatezza, atmosfere profondamente liriche e tratti virtuosistici di scintillante brillantezza, linee tematiche di amplissimo respiro e brani dal carattere descrittivo quasi "dipinti" su trame di architetture musicali magistralmente sostenute dalle foniche squisitamente delicate dell'organo "riformato".
Tre brani di Rheinberger aprono il disco. L' Ouverture, in due parti, arieggia dapprima le Ouvertures francesi per poi inerpicarsi in un fugato che riesce ad unire magistralmente solidità formale e spunti lirici. L' Abendlied è una splendida pagina meditativa in cui organo e violino duettano delicatamente e quasi sottovoce. La Giga, costruita sulla forma dell'omonima danza barocca, è un brano di notevole vigore in cui l'organo sostiene con delicatezza le volute brillanti e quasi virtuosistiche del violino. La trascrizione dell' Adagietto dalla quinta Sinfonia di Mahler è, a nostro modesto parere, una chicca di rara e squisita bellezza in cui le sonorità dell'organo, qui sapientemente utilizzate dall'organista, ci regalano atmosfere di sinfonica suggestione mentre le struggenti note del violino cantano una dolcissima canzone d'amore. Seguono gli altri tre brani della Suite Op. 150 di Rheinberger, la Pastorale è un delicato quadro agreste e bucolico, l' Elegia si sviluppa in un'atmosfera di grande espressività mentre il Tema con Variazioni rappresenta una splendida testimonianza di quanto apprezzata e praticata fosse in quel periodo questa forma musicale, in cui, variazione dopo variazione, il violino sfoggia tutte le sue caratteristiche espressive e virtuosistiche. La breve Romanza di Max Reger ci presenta l'aspetto più profondamente romantico e descrittivo del cosidetto "Bach del Novecento", che nella sua produzione strumentale dismette i panni dell'estremo contrappuntista per vestire quelli del grande romantico. L'Adagio per Violino ed Organo di Marco Enrico Bossi ci fa capire fin dalla prima battuta l'aria che tira dalle nostre parti, dove al romanticismo mitteleuropeo si unisce il lirismo tipicamente e squisitamente italiano che, a nostro modesto parere, conferisce a questo brano una particolare carica espressiva. Il Sanctus di Karg-Elert, specificatamente scritto per violino ed organo, è carico delle atmosfere e delle raffinatezze armoniche che caratterizzano le opere di questo autore, presentandoci un brano che, a dispetto del titolo liturgico, splendidamente si incastona con le altre perle del più genuino post-romanticismo. I due brani di Rheinberger dell'Op. 166, Canzone ed Allemanda completano la figura musicale di questo musicista; in questi brani troviamo una più solida aderenza alle forme stilistiche ed un linguaggio più equilibrato rispetto ai sei brani della Suite, pur senza mai venire meno ad un'ispirazione di grande contenuto ma di assai minore impatto emotivo. La Sonata per Violino e Organo di Ravanello, basata sul tema del corale luterano "Du Friedenfürst, Herr Jesu Christ", conclude il disco immergendoci nella misurata "cecilianità" di questo musicista, che concepisce questa sonata come una specie di affresco musicale in cui organo e violino trascorrono da cupe atmosfere a luminose aperture mentre le strofe del corale fanno da trait-d'union e da sfondo ad uno svolgimento tematico ed armonico elegante e raffinato in cui i due strumenti ora si contrappongono, ora si integrano, ora si compendiano creando un'opera veramente interessante che testimonia quanto la figura di questo nostro musicista sia stata importante. Questa sonata, concepita per un utilizzo concertistico (cosa testimoniata dalle annotazioni presenti sul manoscritto utilizzato dall'interprete), è senz'altro, a nostro modesto parere, la degna conclusione del percorso musicale che Domenico Severin e César Velev ci propongono in questa incisione.
Di Domenico Severin abbiamo già spesso intessuto le lodi recensendo sue precedenti performances. A tutto quanto già detto non possiamo che aggiungere l'apprezzamento per la sua capacità di interpretare repertori assai distanti tra di loro riuscendo sempre e comunque a coglierne lo spirito profondo, restituendoci una visione filologicamente perfetta in ogni occasione sia sotto il punto di vista dell'interpretazione che della scelta degli strumenti più adatti.
César Velev, nativo della Bulgaria, è uno dei migliori violinisti che attualmente calcano le scene internazionali. Approcciatosi alla musica ed al violino all'età di sei anni, a ventuno è già diplomato al Conservatorio Nazionale Superiore di Musica di Sofia, avendo come insegnanti Badev, Scheydermann ed Oistrach. Dopo una militanza nell'Orchestra Sinfonica di Radio Sofia e nell'Orchestra da Camera Nazionale di Bulgaria, si trasferisce in Francia, dove è violinista presso l'Orchestra Nazionale di Lille e primo violino nell'Orchestra Sinfonica dello Champagne, nell'Orchestra Nazionale dell' Île-de-France e nell'Orchestra Nazionale Filarmonica di Radio-France. Specializzato nel repertorio cameristico, ha approfondito in particolar modo le performances per violino e pianoforte ed altri strumenti. In questo disco egli dimostra una delicatezza ed una passione particolare nell'affrontare queste musiche così ben rispondenti alla sua sensibilità, sfoderando una splendida tecnica ricca di colori, respiri, atmosfere e palpabili emozioni, lasciando il giusto spazio ad un lirismo misurato ma di ampio orizzonte e calibrando alla perfezione un'animo virtuosistico che sempre si ritrova al servizio della partitura e non supera mai la pericolosa soglia dell'autoreferenzialità.
L'organo di Cernay, realizzato da Rinckenbach nel 1928, è uno splendido strumento che rispecchia in toto l'estetica organaria del Primo Novecento, con una decisa abbondanza di solidi e corposi registri di 8 piedi distribuiti sulle sue tre tastiere e con la presenza di diverse sonorità di grande effetto (soprattutto sul Recitativo) che Domenico Severin qui utilizza con invidiabile maestrìa e con consumata esperienza. Uno strumento assolutamente "perfetto" per questo repertorio.
Le registrazioni sono state effettuate nello scorso mese di Settembre 2010; la presa di suono è ottima e sottolinea splendidamente la voce solista del violino senza peraltro mai penalizzare l'organo, che non è qui un banale "accompagnatore", ma un vero e proprio co-protagonista. Il lavoro di montaggio e post-produzione è molto accurato ed il risultato è, a nostro modesto parere, assolutamente pregevole.
In conclusione, un disco veramente bello, da ascoltare diverse volte sia con l'attenzione del melomane "avvertito", sia con lo spirito libero ed aperto alle emozioni musicali che queste musiche ci propongono e che qui troveremo in abbondanza.
Viaggio in Italia - da Froberger a Mayr
Organista: Massimo Gabba
Organo Chiesa di S.Caterina di Cassine - Italia
Edizioni Leonardi Milano - LEOCD048-AOC034 - DDD - 2011
di Federico Borsari
Il disco che recensiamo qui è il secondo di una serie che Adriano Giacometto e Roberto Ricco, gli artefici della ormai rinomata collezione discografica rivolta agli Antichi Organi del Canavese, hanno dedicato ad un particolare aspetto della musica organistica: i collegamenti che nei secoli hanno caratterizzato musicisti di altre nazioni con i musicisti italiani e viceversa. Lo scopo di questo progetto è proprio quello di smitizzare l'autoreferenzialità di quelle che nei tempi moderni sono state definite le "scuole" nazionali organistiche e musicali, considerate come rigidamente rinchiuse all'interno di confini geopolitici e culturali che in effetti in passato non esistevano. Il progetto che sta dietro a questa produzione discografica, quindi, vuole sottolineare come i rapporti tra musica e musicisti di nazioni e realtà diverse siano stati sempre caratterizzati da continui scambi, reciproche influenze e reciprocità di rapporti; e sono state proprio queste caratteristiche che hanno reso possibile la nascita, lo sviluppo e l'evoluzione delle varie "scuole" musicali europee, in ciascuna delle quali troviamo sempre e comunque echi e presenze di diversa origine. Ed è proprio questa pluralità di ispirazione e molteplicità di interazione che fa della Musica un linguaggio veramente universale, in cui ognuno di noi può trovare (e ritrovare) sempre qualcosa di nuovo ed al tempo stesso di famigliare e conosciuto.
Sappiamo tutti quanto il grande Johann Sebastian Bach sia stato influenzato, soprattutto in gioventù, dalla musica italiana (le sue trascrizioni per organo (e clavicembalo) dei concerti di Vivaldi ne sono una delle più note testimonianze). Pochi sanno invece che uno dei suoi figli, Johann Christian, visse ed operò in Italia (anche come organista in Duomo) a Milano e venne per questo denominato "il Bach di Milano" dopo essere stato discepolo di Padre Martini e di Sammartini. Altrettanto pochi sanno che anche Mozart studiò con Padre Martini, con Sammartini, con Piccinni e a Milano con il già citato Johann Christian Bach. Lo spagnolo Antonio Soler fu invece allievo di Scarlatti (Domenico) e del già citato Padre Martini. Per parte sua Haendel, nei quattro anni di permanenza a Roma, fu a stretto contatto con lo stesso Scarlatti, con Benedetto Marcello e con Arcangelo Corelli mentre gli estimatori di Felice Moretti (meglio conosciuto come Padre Davide da Bergamo) sanno bene quanto su di lui influirono gli insegnamenti del tedesco (di Baviera) Giovanni Simone Mayr, a sua volta allievo degli italiani Lenzi e Bertoni.
Da questi legami (che unirono non solo questi musicisti ma anche tutti gli altri) emerge un'Europa musicalmente unita, ben prima delle forzate visioni europeiste di tipo politico-economico del secolo scorso, capace di rappresentare al di sopra di ogni barriera linguistica e culturale, ispirazioni e sentimenti comuni a tutti.
Il disco si apre con la Toccata Terza di Froberger (allievo di Frescobaldi) a cui segue la Sonata Settima di Arcangelo Corelli (qui presentata nella trascrizione fattane da Zipoli). La ciacona in Fa di Johann Caspar Fischer precede la Sonata in Fa K239 di Domenico Scarlatti, a cui segue la trascrizione (opera di John Walsh) del Secondo Concerto Op. 4 di Haendel. Del "Kantor di Lipsia" ascoltiamo poi una delle più recenti opere ritrovate, la Fantasia in Do minore BWV 1121, a cui segue la Sonata in Re minore di Johann Adolph Hasse (allievo di Porpora e di Alessandro Scarlatti ed attivo come Kapellmeister a Venezia nel 1725). La Sonata Terza sui Flauti di Giovan Battista Martini introduce la Sonata in Re minore R115 di Padre Antonio Soler mentre del "Bach di Milano" possiamo ascoltare, anch'essa nella trascrizione di Walsh, l'Ouverture in Sol Maggiore. Di Mozart ascoltiamo poi l'Ouverture e Fuga KV399, seguita dalla Sonata in Sib Maggiore di Cimarosa. La famosa Gran Sinfonia del Maestro Majer di Johann Simon Mayr chiude degnamente il disco, completando un percorso musicale di assoluto interesse.
Massimo Gabba, considerato uno dei migliori "giovani" organisti italiani del momento, brillantemente diplomato ad Alessandria in organo, pianoforte, clavicembalo e composizione, interprete e concertista di apprezzata fama ed attualmente docente presso il Conservatorio di Cagliari, in questa sua performances discografica dimostra di avere molteplici frecce al suo arco, proponendoci un repertorio variegato e di diversa estrazione mantenendo una visione filologica di ampio respiro ed al tempo stesso riuscendo a cogliere quel filo che lega questi autori e queste musiche, realizzando appieno l'obiettivo di questa produzione e rendendoci ben presenti i legami -anche quelli meno appariscenti- che uniscono il panorama musicale europeo sei-settecentesco.
L'organo utilizzato per la registrazione, realizzato da Bellosio nel 1788, con la sua tavolozza sonora di impostazione squisitamente classica ma già preannunciante le novità fonico-timbriche del primo Ottocento italiano, è assolutamente perfetto per l'interpretazione di queste musiche. Restaurato completamente da Marzi nel 2002 con il suo temperamento inequabile originale, questo strumento rende magnificamente attuali le musiche interpretate, aggiungendo un importante contributo alla valorizzazione del repertorio.
Tecnicamente questa incisione rispecchia fedelmente la filosofia delle produzioni della ormai consolidata serie discografica di cui Adriano Giacometto e Roberto Ricco sono ideatori e realizzatori e che ha ormai raggiunto livelli di assoluta eccellenza nel panorama discografico nazionale ed internazionale. La registrazione è stata effettuata nello scorso mese di Giugno 2011; la presa di suono è precisa ed accuratissima, con i microfoni posizionati in modo ottimale per "carpire" tutte le sfumature fonico-timbriche dello strumento (compresi i rumori della meccanica) lasciando la giusta misura di "ambiente", senza nulla penalizzare e rendendo quasi fisica la sensazione di spazialità. Montaggio e post-produzione di alto livello e realizzazione grafica come sempre gradevolissima, il tutto per un disco di assoluto interesse da aggiungere alla nostra discoteca.
Grimoaldo Macchia - Liturgic Organ
Organista: Crescenzo Grifone
Organo Chiesa di S. Michele Arcangelo e S. Maria Goretti di Aprilia - Italia
Edizioni Musicali Sonitus - SON 126/10 - DDD - 2011
di Federico Borsari
Succede sempre più raramente di poter recensire produzioni che riguardano musiche organistiche contemporanee italiane; siamo stati perciò particolarmente e piacevolmente interessati da questo disco, che ci presenta una selezione di brani tratti dalla produzione di Grimoaldo Macchia, compositore romano molto attivo nel panorama musicale italiano e profondo conoscitore dell'organo e della sua musica. In questo disco ritroviamo quell'ispirazione che fu alla base della rinascita della musica organistica del primo Novecento, il Canto Gregoriano. In effetti l'aria che si respira ascoltando queste composizioni ci riporta alle fondamenta della musica liturgica che, come giustamente dice l'autore nelle note a corredo, diventa "preghiera liturgica" e contribuisce a creare nell'uomo la giusta condizione e la serenità per pregare, meditare ed entrare in comunione con il Divino. Queste sono le fondamenta, solidissime, su cui Macchia costruisce le sue composizioni, che -come si può ascoltare nel disco- spaziano ampiamente attraverso diversi generi e stili compositivi, dimostrando come ogni discorso musicale, se giustamente indirizzato, può splendidamente porsi al servizio di una liturgia che nei decenni passati si è voluta spogliare della sua dignità musicale per rivestirsi degli stracci della musica leggera.
Grimoaldo Macchia si rivela un profondo conoscitore dei percorsi della storia della musica europea, dai quali estrae l'ispirazione compositiva su cui costruisce brani di grande spessore formale e di notevole impatto emotivo, senza mai venire meno alla loro destinazione essenzialmente liturgica; sotto questo punto di vista egli segue efficacemente le orme dei grandi compositori-organisti "liturgici" europei ed italici che nel passato hanno "piegato" alle finalità del servizio divino le più svariate forme musicali, sfuggendo alle velleità spettacolari ed essenzialmente "concertistiche" di una produzione che nel Novecento ha notevolmente perduto di vista il fatto che l'organo è -essenzialmente e tradizionalmente- uno strumento liturgico.
Alcune delle composizioni presentate in questa incisione sono tratte da raccolte tematiche specificatamente dedicate alla liturgia mentre altre sono espressamente dedicate ad eventi specifici e particolari. Il disco si apre con una Entrée, una classica "marcia processionale" dal maestoso incedere che subito ci apre alle sonorità più solenni dell'organo e che snodandosi attraverso modulazioni e sofisticate riprese del tema si conclude in modo veramente grandioso. Il Choral Song che segue è una breve meditazione sul tema dello "Stabat Mater" struggentemente cantato dalla Tromba mentre un elegante contrappunto lo sostiene con pregevoli effetti di risposta. Un Grand Choeur di impostazione spiccatamente francese, che ci ricorda da vicino simili composizioni di Guilmant, si presenta nella classica forma A-B-A, con una prima parte assai solenne a cui fa seguito una seconda parte in contrappunto che si evolve in una progressione armonica che introduce la parte finale, che riprende l'andamento iniziale per concluderlo in assoluta grandiosità. Il contrappunto classico è invece il filo che lega le tre composizioni che seguono, le Tre Fughe Brevi a quattro voci. La prima è basata sul tema della "Salve Regina", la seconda sul tema della "Tota Pulchra" e la terza su quello della "Regina Coeli". In questi brevi brani troviamo un contrappunto di solida fattura che viene sapientemente arricchito da formulazioni armoniche tipicamente postromantiche che li rendono splendidi per l'utilizzo liturgico come Preludi o Postludi al canto delle rispettive antifone. Segue l' Orgeltrio, dove al classico andamento del trio, introdotto da un gioco di intriganti modulazioni tra voce mediana e pedale, si sovrappone, al soprano, una linea melodica in cui il tema dell'"Ave Maria" gregoriana viene esposto con gradevolissime fioriture in un'atmosfera di grande serenità. Il brano seguente, Organ Fanfare, è a nostro parere uno dei più interessanti del disco. Ad un'introduzione brillante costruita su frammenti tematici del "Regina Coeli", spiccati da Ripieni ed Ancie, segue un breve sviluppo del tema che introduce la fanfara vera e propria, che arieggiando simili composizioni "britanniche" ci propone il tema solennemente cantato dalle Trombe (e qui, veramente, si sente la mancanza in quest'organo di un paio di quelle "Imperial Trumpets" che farebbero la differenza) e che dopo un breve sviluppo si chiude in modo veramente solenne. Il Recessional, sul tema dell' "Ave Regina Coelorum", è un altro brano di carattere solenne, quasi un'improvvisazione, che ottimamente si adatta alle esigenze della liturgia. I due brani che seguono fanno parte delle composizioni realizzate in occasione di specifici eventi. la Semeraro's March è stata composta in occasione di una visita vescovile presso la Parrocchia di S.Giuseppe Artigiano di Pomezia mentre la Toccata et Fuga for a solemn day è stata composta in occasione della dedicazione di un altare della Cattedrale di Albano da parte del Pontefice Benedetto XVI nel 2008. Se nel primo brano ritroviamo l'ispirazione propria della Fanfara e della Marcia, nella seconda troviamo una toccata che nella parte iniziale presenta ampi riferimenti alle toccate francesi romantico-sinfoniche per poi "aggregarsi" formalmente nei canoni delle grandi toccate bachiane; il materiale tematico qui utilizzato diventa poi il tema della Fuga, caratterizzata da un ampio sviluppo che anch'esso riporta direttamente agli stilemi bachiani e si conclude, dopo un breve stretto, in modo classicamente "francese". L'improvvisazione sulla Regina Coeli è un brano molto caratteristico che ad un'introduzione spiccatamente "effettistica" fa seguire un interessante sviluppo in cui il tema gregoriano viene trattato in modo molto libero, rivelandoci anche le spiccatissime doti di improvvisatore dell'autore. La Solemn Melody on Alma Redemptoris Mater è un sereno corale che ad uno sviluppo di tipo "classico" unisce indubbie particolarità armoniche di grande suggestione. Seguono due Toccate, la prima sulla "Victimae Paschali" e la seconda sul "Veni Creator". La prima presenta un andamento brillante in cui diverse sezioni si susseguono in modo incalzante ed in cui le varie frasi del tema vengono proposte ora come melodia, ora come cellule melodiche per figurazioni di notevole impatto. La seconda è un'altra breve toccata di stile squisitamente "francese" romantico in cui il tema dell'Inno (che per sua intrinseca costruzione melodica si presta magnificamente alle più svariate variazioni) si snoda brillantemente fino ad un finale "alla Duruflé". Il disco si conclude, e non poteva liturgicamente essere diversamente, con il Te Deum, che si rivela essere uno dei brani più apprezzabili sia dal punto formale che dello sviluppo armonico; in questo brano, strutturato in episodi diversi e spesso contrastanti, troviamo echi di estrazione diversissima che, sapientemente miscelati ed assemblati, concludono in vera bellezza il disco.
Grimoaldo Macchia, pianista, organista, arrangiatore, direttore d'orchestra e compositore, si rivela qui un interessantissimo musicista. La sua attività spazia ampiamente in diversi campi, tra i quali anche la "computer-music", e la sua produzione è molto apprezzata sia in Italia che all'estero. In questo disco egli ci presenta una delle sue molteplici facce, quella esplicitamente dedicata all'organo ed alla liturgia, e ci dimostra che l'organo italiano non è, come sembrerebbe, morto e sepolto ma che può vivere e rivivere senza nulla cedere della sua dignità artistica e musicale nell'ambito liturgico a patto che sia adeguatamente considerato e valorizzato "in primis" dagli esponenti del Clero e, a seguire, da musicisti che abbiano la cultura, la passione e lo spirito giusti per fare in modo che questo strumento riprenda il posto che gli compete.
L'interprete, Crescenzo Grifone, diplomato a Campobasso con Di Lernia, è un ottimo organista che si è fatto diverse esperienze presso chiese e basiliche della nostra Capitale prima di assumere l'incarico di Kantor ed organista presso la Svenska Kyrka di Svärdsjö, in Svezia. In questo disco egli ci dimostra di possedere una splendida tecnica ed una notevole capacità di "interpretare" e porgere il messaggio musicale che è contenuto in queste opere. Grintoso nei brani solenni, spigliato nelle arditezze esecutive e fortemente introspettivo nei passaggi intensi e meditativi, Grifone ci presenta, oltre alle sue diverse altre doti, una capacità di lettura notevole, che apprezziamo in modo particolare e che gli ha meritato lodi ed ampi consensi in campo internazionale.
Lo strumento utilizzato per questa incisione (effettuata nel mese di Agosto dello scorso anno 2010) è stato realizzato nel 2003 da Michelotto e presenta una discretamente ampia tavolozza timbrica disposta su tre tastiere e pedaliera. Su di una base squisitamente italiana, innesta diverse voci caratteristiche che ne completano assai bene il carattere complessivamente "eclettico". Ottimo strumento, perfetto per l'interpretazione di queste musiche; l'unico appunto che possiamo muovergli (ma non è colpa sua) è di non essere stato accordato accuratamente prima e durante l'incisione, cosa che in diversi punti del disco si sente in modo troppo evidente.
La presa di suono è molto buona, con una presenza importante dello strumento sia nei fortissimo che nelle parti più delicate; molto buona la resa ambientale, che restituisce una giusta spazialità, ampia ma mai dispersiva. Molto buono il lavoro di post-produzione e di realizzazione del master, così come molto soddisfacente è la veste grafica ed il libretto a corredo, ricco di illustrazioni, assai esauriente e con testi in italiano ed inglese.
Aspettando Grimoaldo Macchia alla prova di composizioni organistiche di più ampio respiro, riteniamo questo disco molto interessante, che consigliamo volentieri ai nostri amici lettori e che riserverà piacevoli sorprese a tutti gli estimatori dell'organo liturgico.
Marco Lo Muscio - The Mystic and Progressive Organ
Organista: Marco Lo Muscio
Organi: Chiesa di S.Paolo entro le mura di Roma - St. Peter und Paul Kirche di Zurich e Organ Hall di Chelyabinsk
Edizioni Musicali Erreffe - RF 1051 CD - DDD - 2010
di Federico Borsari
Abbiamo recensito non molto tempo fa su queste pagine un interessantissimo DVD (The Mystic and Esoteric Organ) dell'amico Marco Lo Muscio in cui egli ci presentava un repertorio dedicato all'aspetto più mistico ed esoterico dell'organo, formato da brani di sua composizione e da altri brani di autori più e meno noti, in un panorama assai inusuale per gli appassionati di questo strumento. Il CD che recensiamo oggi è una specie di continuazione del discorso iniziato in quel DVD, mantenendo ferma l'ispirazione mistica della musica ma spostando il discorso nell'ambito di una delle correnti più conosciute della musica contemporanea, la "Progressive Music". Questa corrente musicale, elaborata dapprima nel campo del Rock e sviluppatasi poi anche in ambiti musicali diversi, presenta alcune particolarità interessanti, la più apprezzabile delle quali, a nostro parere, è l'aperta influenza che essa subisce da generi musicali molto diversi tra di loro (musica classica, folk, jazz, blues, musica elettronica e sperimentale, ecc.) che vengono per così dire "omogeneizzati" in contesti formali che spesso superano la definizione di "musica colta" per aprire le frontiere a quella che viene definita "musica concettuale", in cui la complessità degli intrecci, la ricerca sonora molto sofisticata, il costante riferimento ad opere letterarie ed artistiche di genere epico o "Fantasy" e la tensione alla creazione di opere, per dirla con D'Annunzio, immaginifiche e di alto spessore culturale, superano le frontiere di una musica storicamente e culturalmente statica per proiettarsi verso orizzonti forse incerti ma di grande interesse e suggestione.
Sotto questo punto di vista, il disco che recensiamo oggi può essere considerato un "concept album" (e ne ha tutte le caratteristiche, compresa l'impostazione grafica) in cui è l'organo ad essere utilizzato secondo le regole di questo genere musicale, che ne esalta le caratteristiche sonore e l'intimo carattere di strumento al tempo stesso mistico per definizione e "visionario" per vocazione, ottenendo risultati che se da una parte faranno storcere il naso ai puristi, dall'altra soddisferanno ampiamente coloro che lo considerano uno strumento vivo e sempre capace, anche per il futuro così come lo è stato per il passato, di essere protagonista di quella che, a prescindere dalle denominazioni e dalle differenziazioni, è e rimane solamente Musica.
In questo disco troveremo nomi che sono molto conosciuti nell'ambito della "Prog Music" e che Marco Lo Muscio inserisce nel suo repertorio seguendo un itinerario artistico, musicale ed espressivo che già aveva iniziato nel DVD precedente. Ritroviamo qui i suoi quattro Mystic Pieces ("The Mystic Bourdon", "Mystic Alleluja in memory of Messiaen", "Cantus Mysticus pro Arvo Pärt" e "Mystic Dance of Fire") e quattro altre sue composizioni, l' Epilogue "Toward the Stars" da "Paradise", ispirato dal Canto del Paradiso di Dante Alighieri, The arrival of Red Death", omaggio al grande Edgar Allan Poe e liberamente ispirato dal suo racconto "The Masque of the Red Death" del 1842, Blues for the Common Man, tratto dalle "Four Ecstatic Meditations" del 2007, in cui ritroviamo gli echi della famosa "Fanfare for the Common Man" di Keith Emerson, il cui tema originale è di Aaron Copland. Le Visions from Minas Tirith - The White Tree sono una "concept suite" ispirata da "Il Signore degli Anelli" di Tolkien ed è formata da sei episodi musicali concatenati senza soluzione di continuità che intendono visualizzare musicalmente diversi aspetti della città-fortezza nella Terra di Mezzo. Oltre a queste sue composizioni, l'interprete ci propone la Prayer of St. Gregory di Alan Hovhaness, compositore statunitense di origini armeno-scozzesi nato nel 1911 e deceduto nel 2000, allievo di Martinu ed attivo a Boston, New York e Seattle nell'ambito della cosidetta "Musica Aleatoria", particolare corrente musicale che lascia al caso o alla libera scelta degli interpreti la "realizzazione" di partiture volutamente incomplete. Questo brano, composto nel 1946 originariamente per tromba ed archi è un interludio dell'opera "Etchmiadzin" e viene qui proposto nella versione per organo solo. Il Vocalise in a minor è tratto dalla colonna sonora del film "La nona porta" di Roman Polanski ed è stato composto dal polacco Wojciech Kilar, apprezzatissimo compositore di colonne sonore anche per notissimi lungometraggi di Francis Ford Coppola e Krzysztof Zanussi. Formulato come un adagio "classico" italiano, questo brano (originariamente per soprano e archi) ci propone una splendida melodia di struggente atmosfera. Il brano seguente è (sorpresa!) la colonna sonora di "Profondo Rosso" (composta dai Goblin) e la rielaborazione è opera dell'organista "progressive" Paolo Lazzeri, molto attivo nell'ambito della musica "neogotica" e leader del gruppo "Three Monks", che vede l'organo a canne come protagonista assoluto di questa particolare realtà musicale che invitiamo i nostri lettori più curiosi ed interessati a scoprire ed apprezzare. Del norvegese Jan Garbarek avevamo potuto apprezzare nel DVD un arrangiamento di Cristobal De Morales; di lui Marco Lo Muscio ci propone qui un brano composto nel 1990 e tratto da "I Took up the Runes" dal titolo Molde Canticle, ispirato dai nordici paesaggi naturali norvegesi. Questi sono i brani eseguiti alla consolle dell'organo della St. Paul within the Walls Church di Roma. In appendice al disco troviamo due "Bonus Tracks" registrati "live in concert". Il primo è tratto da un concerto effettuato nel 2008 presso la St.Peter und Paul Kirche di Zurigo ed è la trascrizione-arrangiamento di un brano, Cast adrift, per chitarra sola composto da Steve Hackett, mitico chitarrista dei Genesis. Il secondo brano è tratto dal disco "Emerson Lake & Palmer", primo album del famoso trio pop-rock pubblicato nel 1970. E' il primo movimento (Clotho) del brano "The three Fates", composto già in origine per organo a canne e che qui viene riproposto dall'interprete durante un concerto del 2004 all'organo della Organ Hall di Chelyabinsk.
Marco Lo Muscio, di cui abbiamo già sciorinato nelle precedenti recensioni il pregevole curriculum artistico, è un musicista che può vantare una conoscenza assai vasta sul repertorio classico (di cui è pregevolissimo interprete) che ha allargato il suo campo di azione a diversi altri generi musicali maturando una sensibilità che gli consente di dedicarsi con ottimi risultati ad aspetti meno "consueti", esplorando campi apparentemente avulsi dal contesto organistico tradizionale ma che ci presentano aspetti oltremodo interessanti, spesso tutti da scoprire.
A parte le "Bonus Tracks", lo strumento utilizzato per questa incisione (e prediletto dall'organista per le sue performances) è un Mascioni tre tastiere del 1963, realizzato in uno dei periodi migliori dell'attività di questa casa organaria, che pur nella compattezza dei suoi corpi fonici presenta una varietà di colori e di sfumature che sembrano "pennellate" appositamente per questo genere di musica.
Le incisioni sono di ottimo livello, la presa di suono è molto accurata e privilegia in modo particolare la resa dei timbri dell'organo sia nel loro insieme che singolarmente. Editing e post-produzione si rivelano molto accurati, così come la realizzazione complessiva ci presenta un disco di ottima fattura. Perfettamente in linea con il genere musicale è la grafica, molto bella ed accattivante, di Davide Guidoni così come è assai gradevole ed interessante, sia graficamente che testualmente, il libretto a corredo redatto, come ben si addice a questo genere di produzioni discografiche, nella sola lingua inglese.
Consigliamo volentieri questo CD agli a tutti gli appassionati dell'organo che desiderano approfondirne anche gli aspetti meno usuali e tradizionali per esplorarne frontiere nuove, diverse e di grande interesse.