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Bach - Clavier-Übung III - Messe Luthérienne pour Orgue
Organista: Domenico Severin
Organo Temple St.Jean di Wissenbourg
Appassionato - AP.012.2017.05 - DDD - 2017

di Federico Borsari

 Disco Bach Severin Con grande piacere abbiamo ricevuto uno dei più recenti impegni discografici di Domenico Severin e con ancor maggiore soddisfazione lo abbiamo ascoltato, poichè questa volta è la musica di Johann Sebastian Bach che ne è protagonista. Ma in quest'occasione (il disco è stato infatti prodotto in concomitanza del cinquecentesimo anniversario della Riforma Luterana) è il Bach più profondamente religioso che ci si dipana in quella che può essere considerata la sua produzione più radicatamente ed intimamente ispirata dalla sua Fede.
Dobbiamo dire che fin dalle prime note del nostro ascolto ci sono tornate alla mente le interpretazioni "storiche" di quell'Albert Schweitzer che -personalmente- riteniamo il padre dell'interpretazione bachiana più appropriatamente aderente allo spirito liturgico del Protestantesimo. Facendo i dovuti "distinguo" sotto il punto di vista strettamente interpretativo (è passato un secolo da allora ad oggi), apprezzando ancora una volta la tecnica organistica di Domenico Severin, che nelle sue interpretazioni ha sempre ben presente l'aspetto più criticamente filologico, quello che più ci ha colpito è stato lo "spirito" con cui egli si è avvicinato a queste musiche, uno spirito di assoluto servizio liturgico e permeato di una religiosità profonda e rispettosa che raramente abbiamo potuto riscontrare in incisioni discografiche di altri organisti. In effetti, in occasione di incisioni discografiche si tende, anche talvolta involontariamente, a privilegiare l'aspetto "concertistico" dell'interpretazione per gratificare una platea il più possibile variegata di ascoltatori. Ebbene, questo disco non è un'incisione "spettacolare"; i brani sono "meditati", approfonditi e si sente chiaramente che Severin ha voluto andare a cercare, ha trovato e ci ripropone in modo egregio la rigorosità e la profondità del pensiero musicale più "teologico" di Bach, esattamente seguendo le sue indicazioni. In effetti, il Clavier-Übung, altro non è che il "catechismo" luterano messo in musica ed i corali che lo compongono sono presentati nello stesso ordine dei capitoli scritti da Lutero (Dieci Comandamenti: "Dies sind die heiligen zehn Gebot", Credo: "Wir glauben all'an einen Gott", il Padre: "Vater unser im Himmelreich", il Battesimo: "Christ unser Herr, zum Jordan kam", la Penitenza: "Aus tiefer Not schrei'ich zu dir" e la Cena: "Jesus Christus unser Heiland"). A loro volta, questi corali-capitoli sono preceduti da quattro corali che rappresentano la Trinità: "Kyrie, Gott, Vater in Ewigkeit", "Christe, aller Welt Trost", "Kyrie, Gott heiliger Geist" ed il Gloria "Allein Gott in der Höh sei Ehr". Tutto questo è introdotto e concluso rispettivamente dal Preludio in Mi bemolle Maggiore BWV 552 e dalla rispettiva tripla fuga che rappresentano, il primo, la maestà di Dio e, la seconda, il Dogma della Santissima Trinità.
Come si vede, non si tratta di musica ma, bensì, di teologia musicale ed è proprio quest'aspetto spiccatamente intrinseco che Severin ci vuole rappresentare e, dobbiamo dire, ci riesce in un modo superlativo.
Ma, guardando la scaletta del disco, molti si domanderanno il motivo per cui i corali qui interpretati sono solamente dieci (quattro più sei) a fronte dei ventuno che compongono effettivamente la terza parte del Clavier-Übung. Per capire questa differenza ci viene in soccorso -appunto- il grande Albert Schweitzer che ce la spiega così: "Questa strana differenziazione è dovuta al fatto che Lutero ha scritto due diversi catechismi, uno grande in latino per i teologi ed i pastori, uno piccolo in tedesco per i giovani. Per questo, Bach nella sua rappresentazione musicale del dogma, diede due diverse versioni di ogni corale.". A proposito, un piccolo suggerimento "a latere" che ci permettiamo di dare a tutti gli organisti che si approcciano alla musica di Bach: sarà vecchio, obsoleto e superato, ma il famoso testo di Albert Schweitzer "J.S.Bach il musicista poeta" rimane assolutamente fondamentale per "capire" non solo quella organistica, ma tutta la musica del Kantor di Lipsia.
Come dicevamo, ascoltando Severin ci è tornato alla mente Schweitzer. Ovviamente quest'ultimo -allievo di Widor- utilizzava per la sua interpretazione bachiana lo "stile" fondamentalmente "romantico", che vedeva nel legato la tecnica organistica prevalente in quell'epoca. Si possono fare -e sono state fatte- tutte le considerazioni possibili circa la rispondenza "filologica" di quel tipo di tecnica alla corretta esecuzione della musica barocca ed è ormai ben chiaro a tutti (dopo quasi un secolo di scoperte, analisi ed approfondimenti) che Bach, così come tutti i "barocchi", non suonava così. Altrettanto chiare, negli ultimi decenni, sono peraltro apparse alcune interpretazioni forzatamente filologiche -a volte anche esagerate- che organisti anche molto famosi hanno "costruito", talvolta al solo scopo di dare ad una musica spesso già conosciuta qualche caratteristica di "novità". Velocità ondivaghe e spesso improbabili, fraseggi arbitrari, sconnessi e talora balbettanti, registrazioni esageratamente "coloristiche" o, al contrario, immobilmente fissate sul "Volles Werk" sono i risultati che, nel "mare magnum" della discografia degli ultimi lustri, stanno a testimoniare quanto gli organisti abbiano dedicato all'aspetto puramente e filologicamente esecutivo ed interpretativo della musica del Kantor e quanto poco si siano dedicati alla ricerca di quello che ci sta dietro. Personalmente, quando ascolto le interpretazioni di Albert Schweitzer quello che mi balza alla mente non è la sua tecnica o la sua arte della registrazione, ma l'evidenza quasi solare del messaggio che questa musica contiene e trasmette, cosa che -invece- non viene alla luce ascoltando altre interpretazioni, tutte peraltro rispettabilissime e tecnicamente perfette ma che riducono -a mio parere- Bach al livello dei tanti altri compositori barocchi, perdendone di vista l'essenza più profonda.
Quello che Domenico Severin riesce a fare in questa sua incisione è -potremmo dire- una specie di "collegamento" tra queste modalità interpretative. Egli riesce, pur applicando tutte le recenti teorie esecutive ed interpretative sia nell'ambito della tecnica organistica che della scelta dei registri, a superare la barriera (peraltro spesso artificiosa e costruita dagli stessi organisti) che spesso impedisce che i due mondi che formano la musica di Bach (la Musica e la Teologia) si parlino e si incontrino. Il risultato è un disco bello, sentito, partecipato ed approfondito in tutte le sue caratteristiche e straordinariamente gradevole all'ascolto.
Ma per arrivare a questo risultato, evidentemente, anche la scelta dell'organo ha un peso specifico notevole. E lo strumento scelto da Severin è semplicemente perfetto per questo scopo. Si tratta di un organo costruito da Thomas nel 2015 per il Temple St.Jean (la chiesa protestante) di Wissenbourg, una bella cittadina francese della Bassa Alsazia ai confini con la Germania e poco distante da Strasburgo (non dimentichiamo, visto che lo citiamo spesso in questa pagina, che Albert Schweitzer era Alsaziano), e l'impostazione è assolutamente classica e nordeuropea, come sempre più si verifica in occasione della costruzione di nuovi organi neobarocchi. A prescindere dagli effetti di luce creati sulle montres da intelligenti e sapientemente posizionate lampade a LED (tale tipo di installazione luminosa la stessa ditta l'ha già attuata, ma con effetti molto più appariscenti ed opinabili, sul grande organo della Cattedrale di Monaco-Montecarlo), quest'organo presenta una solida e ben robusta tavolozza timbrica di tipo germanico-barocco sciorinata su tre tastiere e pedaliera (40 registri nominali, 51 reali). La grande differenza che abbiamo potuto constatare rispetto a tanti altri strumenti-copia o di similare ispirazione sta nel fatto che quest'organo non strilla, non sputa, non stride, non offende l'udito con le unghie delle mutazioni graffianti sulla lavagna e, soprattutto, rende gradevole anche all'orecchio moderno la sua accordatura su temperamento inequabile.
A rendere tutto l'insieme molto apprezzabile è, infine, la presa di suono -effettuata a fine Maggio 2017- molto ben curata, attenta e particolarmente equilibrata. Ottimo anche il lavoro di montaggio e postproduzione. Particolare attenzione è stata poi riservata al libretto a corredo, che a diverse interessanti iconografie affianca un testo molto approfondito presentato in ben quattro lingue: francese, italiano, inglese e tedesco.
Non importa se siete Cattolici, Protestanti, Buddisti o quant'altro. Acquistate questo disco ed ascoltatelo senza premura. Questa musica parla all'anima.


Quattro secoli di musica per organo
Organista: Enrico Viccardi
Organo Chiesa Parrocchiale di Ospedaletto Lodigiano
Fugatto - FUG061 - DDD - 2015

di Federico Borsari

 Quattro Secoli di Organo Già da qualche tempo tenevamo in serbo questo disco per una recensione che, finalmente, possiamo proporre ai nostri amici lettori. L'incisione è dedicata ad uno strumento che risale alla metà dell'Ottocento, successivamente rimaneggiato ed infine completamente restaurato da Giani nel 2015. La costruzione del 1857 è attribuita quasi certamente a Bossi-Urbani mentre un intervento di modifica fu poi fatto da Riccardi nel 1878 mediante pesanti modifiche. In ogni caso, dall'esame di alcuni aspetti costruttivi, pare che già in fase di prima costruzione si sia trattato dell' "adattamento" di un organo che -presumibilmente- Bossi-Urbani aveva realizzato per un'altra chiesa e che poi, per motivi a noi sconosciuti, aveva "dirottato" ad Ospedaletto Lodigiano. Rimane comunque il fatto che la bontà e solidità della costruzione sia dei somieri che delle canne testimoniano la quasi certa paternità a questa casa organaria. Altrettanta cura, invece, non si è potuta riscontrare nell'intervento del Riccardi di vent'anni dopo.
Il disco si apre con la "Toccata del secondo tono" di Tarquinio Merula che all'età di sette anni, in seguito alla morte del padre, si trasferì a Cremona presso un fratello e dove rimase fino al 1616, quando si trasferì a Lodi dove per cinque anni fu organista nella chiesa dell'Incoronata. Tornato dapprima a Cremona, trascorse poi un periodo abbastanza movimentato, con incarichi musicali in diverse città ed anche in Polonia, dove fu musicista ed organista di Corte, fino al 1646, anno in cui tornerà definitivamente a Cremona, dove svolgerà anche attività di compositore e vi morirà il 10 Dicembre 1646. La produzione musicale di Merula comprende soprattutto composizioni vocali e strumentali sia di carattere religioso che profano; le sue composizioni per tastiera, invece, sono solamente sei tra cui la Toccata presentata su questo disco nella quale, dopo un incipit a modo di "Canzona", si sviluppa la toccata a cui è legata una seconda parte in cui gli episodi fugati si sviluppano in un interessantissima concatenazione che quasi anticipa quella che nei decenni successivi diventerà la classicissima forma Toccata-Fuga.
Di Domenico Zipoli abbiamo già ampiamente parlato in questa pagina. Enrico Viccardi ci propone qui la "Canzona in Sol", uno dei brani più noti di questo compositore, nella cui classica forma tripartita troviamo tutte le particolarità di freschezza e ricchezza d'ispirazione proprie delle composizioni di questo autore.
La "Toccata in Re minore BWV 913" di Johann Sebastian Bach ci rappresenta qui l'arte del Kantor di Lipsia e la sua grande capacità di attingere a modelli formali diversi per confezionare opere di grande respiro ed impatto. Composta tra il 1705 ed il 1708, questa composizione è forse una delle più rappresentative della musica per cembalo di Bach ed in essa sono presenti molteplici fonti di ispirazione (da Frescobaldi ai fiamminghi, da Buxtehude a Vivaldi, dallo Stylus Phantasticus alla rigorosità della fuga, dall'Arioso alla ricerca del cromatismo più ardito) collegate tra di loro in sezioni contrastanti che ne fanno uno dei brani per clavicembalo-organo più interessanti del Genio della Musica.
La produzione del britannico John Stanley si articola principalmente in una serie di quindici cantate e quattro oratori, formalmente inquadrati nella scia del suo predecessore Haendel, a cui si aggiungono sei concerti per organo ed archi, sei concerti per organo o clavicembalo solo, otto "Solos" per Flauto e continuo e tre volumi contenenti ciascuno dieci "Voluntaries" per organo. Queste ultime composizioni, che possono essere considerate come dei Preludi, sono le sue più conosciute nell'ambito organistico ed uniscono ad un'ispirazione tipicamente "corelliana" l'eleganza propria della musica britannica di quel tempo. Enrico Viccardi ce ne propone due, il "Voluntary VI" tratto dall' Op. 7 ed il "Voluntary VIII" dall'Op. 5. Il primo è composto da un Andante iniziale a cui segue un Vivace i cui temi alternati sono qui ben sottolineati dai registri dei Corni da Caccia e dei Cornetti. Il secondo è invece formalmente tripartito come un Concerto in cui giocano figurazioni virtuosistiche, fugati e combinazioni di accordi che rendono questo brano molto interessante e particolarmente gradevole all'ascolto.
il compositore germanico Christian Friederich Ruppe, nato nel 1753 e deceduto nel 1826, non è molto noto. Tra le sue opere corali sono apprezzate due sue cantate (per il Natale e per la Pasqua) mentre tra le opere strumentali spiccano i suoi "Diciotto pezzi per organo o fortepiano", da cui sono tratti i due brani presentati in questo disco. Essi sono il "Rondò" n. 6 e l' "Aria" n. 7. Questi due brani rispecchiano molto bene un'epoca di transizione artistica, che interessò tutte le arti, dalla pittura alla scultura, dall'architettura alla musica che, in quest'ultimo caso, prese il nome di "Stile Galante" (per le altre arti si parla, invece, di "Rococò") ed i cui prodromi si ebbero nella prima metà del Settecento quando ancora era in vita Bach e che poi si affermò per tutto il diciottesimo secolo. I brani di Ruppe presentati nel disco racchiudono, pur nella loro brevità, tutte le caratteristiche di una musica delicata, signorile ed elegante che rispecchia in toto i sentimenti di leggerezza, spensieratezza e frivolezza che caratterizzarono quell'epoca.
Carlo Fumagalli (1822-1907) fu un organista e trascrittore quasi contemporaneo di Giuseppe Verdi e le sue musiche per organo sono note per essere, essenzialmente, le più popolari e conosciute sinfonie ed arie di Verdi trascritte per l'organo e destinate all'utilizzo liturgico (la sua opera principale è, infatti, la "Messa Solenne tratta da opere del celebre Verdi e adattate all'organo da Carlo Fumagalli"). La musica di questo autore, come peraltro quella di moltissimi suoi contemporanei, è sintomatica di un'epoca -squisitamente italiana- in cui l'organo cessa di essere uno strumento liturgico per diventare uno strumento "divulgativo" che proponeva alla popolazione le melodie di quello che per quei tempi era il più grande musicista italiano, il "risorgimentale" Giuseppe Verdi. Enrico Viccardi ci propone, nel disco, i "Versetti per il Gloria" tratti dalla citata Messa Solenne e che ci propongono alcune melodie, peraltro splendidamente adattate per questo tipo di organo, tratte da "La Traviata".
Padre Davide da Bergamo (Felice Moretti), che abbiamo trattato in questa pagina, è stato il massimo esponente dell'Ottocento organistico italiano. A differenza del Fumagalli, egli non trascriveva le opere di Verdi o degli altri autori "teatrali" per l'organo, bensì componeva opere che, seguendo ovviamente lo stile dell'epoca, rappresentavano un vero e proprio nuovo filone musicale, traendo dagli organi che venivano costruiti in quell'epoca tutte le migliori ispirazioni per un tipo di musica che, al di là delle apparenze squisitamente "sinfoniche", denotava una solidità formale di diretta derivazione "classica" unita ad un costante lavoro di osservazione attenta e puntuale delle novità musicali del suo tempo; a tutto questo egli univa un'ispirazione che ci rivela come egli, pur conducendo una vita monastica, fosse particolarmente attento -e forse anche intimamente partecipe- alla vita politico-sociale molto "agitata" dell'Italia risorgimentale. Di Padre Davide possiamo ascoltare in questo disco due opere molto note, la "Sonatina" in Do maggiore e la "Sinfonia in re, con Tromba obbligata e Viole d'accompagnamento" che ci dimostrano da una parte la squisita arte compositiva di Moretti e, dall'altra, la perizia con cui egli sapeva utilizzare le voci degli organi che a quell'epoca popolavano le nostre chiese e, in particolare, quello costruito da Serassi presso la chiesa di Santa Maria di Campagna a Piacenza dove egli era organista e viveva.
Il disco si chiude con un autore del Novecento, anch'egli religioso, Jean-Marie Plum. Nato nel 1899 a Liegi, dopo aver studiato musica al Conservatorio e Filosofia e Teologia presso il Seminario cittadino, nel 1921 entrò nell'Ordine dei Serviti (Servi di Maria). Fu dapprima a Roma, poi a Bruxelles e poi ancora, nel 1925, a Udine. Ritornato a Bruxelles due anni dopo, divenne Priore presso il locale convento dell'Ordine. Musicista stimato e particolarmente apprezzato anche presso la Curia Romana, affiancò a tutta la sua vita monastica una importante attività musicale come organista, direttore di coro e compositore. Dal 1924 al 1943 compose quasi duecento opere, tutte nell'ambito della musica liturgica e religiosa. La sua ispirazione derivava sempre dalla liturgia ma la sua vena musicale, che privilegia per alcuni aspetti le gamme tonali di Debussy, mostra una particolare predilezione per un'armonia "semplice" ma raffinata dall'utilizzo di quarte e quinte "vuote" che raffigurano una specie di misticismo musicale e da ritmi che con arditi giochi di "ridondanza" producono siggestivi effetti. La musica di Plum, oltre che profondamente religiosa, la si può anche definire, per le caratteristiche atmosfere che evoca, come "descrittiva". Plum muore a Bruxelles nel Gennaio 1944 all'età di soli 45 anni, lasciando una corposa testimonianza anche ai musicisti suoi contemporanei, tanto che Charles Tournemire di lui disse: "Padre Plum aveva qualcosa da dire, e l'ha detto.". Di lui Viccardi ci propone cinque splendidi "Offertoires" tratti dalla raccolta dei 20 Offertori Op. 115, che molto bene ci rappresentano la personalità di questo compositore.
Enrico Viccardi, di cui abbiamo già recensito un DVD dedicato a Bach ed un CD dedicato alle musiche di Tarquinio Merula, non possiamo che confermare qui tutte le ottime impressioni che avevamo esposto in precedenza. Dalla tecnica precisa e sempre aderente ad una filologia interpretativa di prim'ordine fino al sempre ponderato approccio musicologico alle opere, dobbiamo riconoscere a quest'organista una splendida capacità di proporre musiche di diverse epoche sempre nella giusta ottica e sempre con un intento pedagogico che spesso viene a mancare in interpretazioni di altri organisti che privilegiano troppo l'effetto "spettacolare" di una performance artistica. Viccardi non ci stupisce con effetti speciali ma ci propone le musiche privilegiandone un punto di vista (o, meglio, un punto d'ascolto) che tiene ben in luce l'aspetto intrinseco delle stesse, facendocene apprezzare le caratteristiche con piacere e gradevolezza senza peraltro mai scadere nel didascalico.
Lo strumento scelto per l'incisione, dicevamo, è un Bossi-Urbani del 1857, realizzato secondo tutti i criteri dell'organaria di quell'epoca e che, nonostante le non grandi dimensioni (una tastiera, pedaliera corta di 12 note e 37 registri nominali spezzati pari a 34 reali più banda e campanelli), risulta assolutamente perfetto per proporre le musiche di Fumagalli e Padre Davide, adattissimo per la musica dei secoli precedenti e sorprendentemente performante anche per le musiche quasi-contemporanee di Plum.
L'incisione è stata effettuata nel mese di Agosto 2015 con alla consolle l'ormai notissimo Federico Savio, che ha curato da par suo anche tutti i procedimenti di mixaggio e postproduzione con un risultato assolutamente di prima qualità. Come sempre, la presenza dell'organo è viva, ben delineata e presente, con una profondità d'ambiente perfettamente calibrata che consente all'ascoltatore di godere a pieno sia delle varie timbriche che degli insiemi, sempre ottimamente amalgamati.
Molto gradevole ed elegante la veste grafica che, rifuggendo dal solito contenitore plastico, ci propone un bel libretto cartaceo dalla veste grafica molto curata, con un'impaginazione ampia e "respirata" e con tocchi di colore che ne impreziosiscono la raffinatezza. Molto interessanti e corposi i testi a corredo, presentati -purtroppo- nella sola lingua italiana.
In definitiva, un disco molto bello, piacevole e di gradevolissimo ascolto che consigliamo molto volentieri ai nostri amici lettori.


Bach with heArt - Organ Works
Organista: Silvia Tomat
Organo Collegio Don Mazza di Padova
Fugatto - FUG 068 - DDD - 2017

di Federico Borsari

 Disco Bach Tomat Il CD che presentiamo in questa recensione, pur facendo parte dell'imponente produzione discografica di carattere antologico che ogni organista che si rispetti obbligatoriamente deve dedicare al sommo Bach, se ne distacca per alcuni aspetti, non ultima una buona affinità con il CD precedentemente recensito e dedicato da Severin al Clavier-Übung III soprattutto per ciò che riguarda l'approccio e le modalità interpretative.
Anche in questo caso, infatti, possiamo apprezzare da parte dell'organista un accostamento alla musica di Bach particolarmente "rispettoso" e, soprattutto, sorretto e confortato da un notevole lavoro propedeutico di studio ed approfondimento; non ultima, inoltre, una modalità interpretativa che tende fortemente a sottolineare le caratteristiche squisitamente "musicali" dei brani interpretati, senza necessariamente doverne esaltare le caratteristiche "concertistiche" e di effetto. La sobrietà è la cifra che Silvia Tomat mette in campo durante le sue interpretazioni e questo, unito ad un'esecuzione molto precisa ed attenta e ad un'arte della registrazione particolarmente accurata, danno a questo disco un buon valore aggiunto.
Non troviamo qui i "francesismi" esasperati di un Isoir nè le velocità impossibili di un Chapuis o, al contrario, l'impersonalità quasi stucchevole di uno Stockmeier. Ovviamente non si possono fare paragoni con l'immenso Karl Richter (chi scrive ebbe in gioventù il privilegio e la fortuna di poterlo ascoltare live in concert) ma, sotto diversi punti di vista, ritroviamo in questo disco alcune delle caratteristiche del grande Helmut Walcha, prima fra tutte una profonda riflessività ed una speciale propensione a rappresentare attraverso la sua musica la figura musicale del Kantor.
Il repertorio proposto dalla Tomat riesce a rappresentare, pur in un solo disco, abbastanza completamente questa figura. Non abbiamo qui le grandi Fantasie o Preludi (che peraltro, rappresentano solo una parte - quella più conosciuta e, forse, spettacolare- dell'opera organistica di Bach); troviamo, invece, una scelta assai completa dei diversi ambiti in cui si è esplicata l'attività compositiva di questo autore nell'ambito dell'organo, una scelta che ci consente di apprezzarne più approfonditamente le varie fonti di ispirazione e le caratteristiche compositive.
Il disco si apre con la Toccata e Fuga BWV 566, probabilmente composta da Bach a Lubecca durante i pochi mesi ivi trascorsi a cavallo tra il 1705 ed il 1706. L'impostazione del brano è spiccatamente ispirata dalla musica del suo maestro Buxtehude ed è caratterizzata dall'alternanza degli episodi e da spiccati slanci toccatiscici e virtuosistici sia di pedale che di manuale in quello che viene definito "stylus phantasticus". Quest'opera, originariamente scritta da Bach nella tonalità di Mi Maggiore (quando la compose, l'autore aveva a disposizione un organo "temperato", con tutta probabilità, su un Werckmeister III), venne poi trascritta, dallo stesso Bach, in una versione -in Do Maggiore- "suonabile" anche su organi accordati sul "tono medio" dei secoli precedenti, che a quei tempi erano ancora la maggioranza. La trascrizione dei brani organistici da tonalità "ben temperate" a tonalità "medie" era a quei tempi una necessità e questo brano non è certamente l'unico; è da notare, curiosamente, che questa pratica si è rivelata utile anche a trecento anni di distanza in occasione dell'incisione di queste composizioni su strumenti originali dell'epoca (Ton Koopman, Marie-Claire Alain) oppure su strumenti moderni realizzati secondo le norme organarie antiche.
Il corale "Schmücke dich, o liebe Seele", estratto dai corali "di Lipsia", è uno dei più conosciuti ed eseguiti della produzione bachiana; in quest'esecuzione l'organista esprime pienamente la sua capacità di sottolineare in modo assolutamente splendido sia l'ornamentazione della linea melodica che l'accompagnamento, fornendocene una versione molto bella, sentita ed accurata.
Segue poi la Triosonata BWV 526, brano che, assieme alle altre cinque sonate similari, rappresenta per gli organisti il più impegnativo banco di prova circa la tecnica esecutiva contrappuntistica e di fraseggio, una prova assai impegnativa che la Tomat, con un'interpretazione molto precisa e "cembalistica" (in effetti, questi brani -abitualmente proposti all'organo- furono composti per clavicembalo con pedaliera), supera brillantemente.
Un altro campo molto interessante della musica organistica di Bach sono le Partite su corale e qui la scelta di repertorio dell'organista è caduta, molto a proposito, sulle "Partite super Christ, der du bist der helle tag", composte ad Arnstadt tra il 1703 ed il 1707. La differenza tra le Partite e le Variazioni su corale (che formalmente all'ascoltatore possono sembrare uguali) è sottile e specificatamente "teologica" o liturgica, tenuto conto che per la realizzazione delle Partite si utilizzano gli stessi metodi formali delle variazioni. In effetti, nella Partita sono esattamente le singole strofe del corale che vengono trattate ognuna in forma di variazione sul tema, la prima delle quali è -sic et simpliciter- l'armonizzazione pura della melodia del corale. In questo caso le "partite" sono realizzate sulle sette strofe del corale (per l'esattezza si tratta di un cantico) composto nel 1556 da Erasmus Alberus, noto teologo tedesco e stretto collaboratore di Lutero.
Il corale "O Mensch, bewein' dein' Sunde gross" è uno dei più "mistici" ed espressivi e, bisogna dire, che Bach ha qui preso la melodia composta da Graitter nel 1550 e l'ha fatta diventare puro sentimento di una fede semplice ed al tempo stesso saldissima. Il grande Germani diceva che in questo corale Bach raggiunge "l'apice dell'intima commozione" e l'interpretazione molto profonda e sentita della Tomat ne è una bella testimonianza.
Il disco si chiude con la Fantasia in Sol Maggiore BWV 572", detta anche "Pièce d'Orgue". Essa fu composta prima del 1712 in forma tripartita ed ognuna delle tre parti ha caratteristiche diverse in cui la prima e l'ultima rivestono -ognuna per diversa impostazione- caratteristiche virtuosistiche di stile toccatistico mentre la parte centrale è un'ampio episodio in contrappunto stretto a cinque voci in cui, oltre al carattere solenne e rigoroso, Bach si avventura in modulazioni per quei tempi veramente ardite che portano il brano a veleggiare verso tonalità sempre più lontane per poi introdurre la parte finale con una quasi angosciante cadenza sospesa.
Silvia Tomat è una brava organista e cembalista udinese, formata al locale Conservatorio con la Fontebasso e poi perfezionata con Tagliavini (e quest'influenza nel disco si sente), Rogg, Ghielmi, Radulescu ed altri. Dopo aver studiato clavicembalo con Gregoletto, si è dedicata all'approfondimento della prassi esecutiva antica ed ha affiancato alla sua attività didattica, che svolge presso diverse realtà della zona, la realizzazione di un primo disco dedicato a Buxtehude ed a Bach. Dotata di un'ottima tecnica cembalo-organistica, quest'organista dimostra -come abbiamo già detto in apertura- una notevole dote di approfondimento e di cura non solo nell'approccio alle opere che interpreta ma, anche, un'ottima padronanza dello strumento, supportata da un'arte della registrazione molto convincente, arte che esplica molto appropriatamente sullo strumento utilizzato per l'incisione.
L'organo è il pregevole (già lo abbiamo citato qualche volta su queste pagine) Zanin due tastiere e pedaliera realizzato nel 2007 per il Collegio "Don Mazza" di Padova. Si tratta di uno strumento concepito secondo le regole dell'organaria barocca nordeuropea, delle quali ricalca le caratteristiche più interessanti a partire da un temperamento Werckmeister III su cui si dipana una tavolozza timbrica che, nonostante i nomi dei registri in italiano, risulta ricca delle Mutazioni tipiche dell'organaria di quei Paesi. Quindici registri reali all'Hauptwerk, dodici al Positivo e cinque al pedale -con trasmissione rigorosamente meccanica- formano una macchina sonora che, a differenza di tanti altri organi similari, non stride, non fischia e non "morde", presentando invece un'omogeneità ed una compattezza di suono molto "italiane" che rendono assai piacevole l'ascolto delle musiche del Kantor e ce le fanno gustare molto piacevolmente.
Registrato nel Giugno dello scorso anno 2017, questo disco vede alla consolle di registrazione il "nostro" Federico Savio, che qui si avvale, per le operazioni di montaggio, anche dell'opera di Manuel Tomadin, anch'egli rinomato organista e cembalista, che dona a questa realizzazione discografica un notevole valore aggiunto sia tecnico che artistico.
Molto gradevole e senza inutili fronzoli è la veste tipografica (che vede, tra l'altro, anche il gradevole gioco di parole tra "cuore" e "arte" del titolo), con brevi ma esaurienti note sul repertorio a firma dell'interprete (presentate in Italiano ed Inglese) ed appropriati e ben misurati inserimenti fotografici. Il tutto per un bel disco, che gratifica abbondantemente sia gli appassionati che gli addetti ai lavori con un buon repertorio ed un'ottima interpretazione. Lo consigliamo molto volentieri ai nostri amici lettori.