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The Organ Works of Marco Lo Muscio
Organista: Kevin Bowyer
Organo Glasgow University Memorial Chapel
Priory Records - PRCD1170 - DDD - 2017

di Federico Borsari

 Disco Opere Lo Muscio E' stato pubblicato da pochi giorni un bel disco di musiche organistiche composte da Marco Lo Muscio, organista e compositore romano di cui abbiamo già parlato su queste pagine, ed interpretate da Kevin Bowyer al grande organo della Memorial Chapel dell'Università di Glasgow.
Dobbiamo dire che si è trattato di una bella sorpresa, poichè sono ormai rari i compositori italiani di musica per organo che si fanno avanti sulla scena discografica e, tra quei pochi, Lo Muscio è sicuramente uno dei più "freschi" per ispirazione e per gradevolezza musicale. Le sue musiche, pur prendendo le mosse da una solida scuola compositiva di tipo squisitamente classico, non sono mai riproposizioni di stilemi stereotipati ma denotano un approccio che prende spunto da diversi generi che talora appaiono molto lontani dalla musica organistica solitamente intesa; non è una novità (e già lo abbiamo sottolineato in precedenti recensioni riguardanti questo musicista) che egli utilizzi, spesso in modo magistrale, stilemi tipici della musica contemporanea, del jazz, del progressive-rock, dell'impressionismo e della musica Celtica (uniti alla riproposizioni di forme musicali tipiche del Medioevo e del Rinascimento) per costruire architetture musicali in cui non è la complessità formale, armonica o contrappuntistica a giocare il ruolo principale, bensì la delicatezza delle melodie, gli accompagnamenti mai ridondanti, le volate di carattere strumentale ed una chiara volontà di "comunicare" emozioni all'ascoltatore che ne rappresentano la caratteristica più interessante e gradevole.
In questo disco, Kevin Bowyer ci presenta un'ampia carrellata di queste musiche, un panorama musicale da cui esce molto ben definita la figura musicale di Lo Muscio e che ne sottolinea molto bene tutti gli aspetti, il primo dei quali è la sua passione per le opere letterarie di John Ronald Reuel Toolkien, il famoso scrittore britannico autore di diversi romanzi di genere "Fantasy" (di cui è universalmente riconosciuto come uno dei padri fondatori) tra cui "Lo Hobbit" e "Il Signore degli Anelli". Ed è -appunto- a quest'opera letteraria che si ispira "Éownyn's Memories", il brano di apertura del disco, in cui l'autore fa largo uso di melodie celtiche. Il Trittico Toscano - Homage to Pienza" che segue, composto nel 2015, è dedicato all'omonima città toscana e si compone di tre movimenti, ognuno dei quali ispirato da un luogo: la Cattedrale, Palazzo Piccolomini e la piazza della città. Analogamente, ogni brano è impostato su un diverso stile; Il "Ricercare" è composto utilizzando il tipico contrappunto della musica rinascimentale italiana, il"Canone sul nome P.I.E.N.Z.A." è un classico canone all'ottava basato sulla trasposizione in notazione musicale del nome della città mentre il terzo movimento, "Saltarello", prende le mosse dalla tipica danza popolare rinascimentale che viene qui riproposta con grande gusto e divertimento. Anche la "Canzona - Homage to Gubbio" segue la stessa linea d'ispirazione, presentando un'atmosfera delicatamente rinascimentale con diversi riferimenti -soprattutto ritmici- alle opere di Andrea Gabrieli.
Il "Vocalise n. 5 - For Nadja" fa parte di una raccolta di dieci "vocalizzi" composti nel 2015; questi brani, la cui parte melodica può anche essere cantata o suonata da diversi strumenti, sono caratterizzati da una spiccata musicalità e da una grande delicatezza che ne fanno piccoli poemi musicali.
Delle "Concert Variations on Greensleeves" abbiamo già ampiamente parlato in occasione di una precedente recensione (che potete rileggere QUI) mentre "In memoriam Teodosia" è un brano evocativo in tre sezioni basato su melodie di grande lirispo ed impatto emotivo. Dei due "American Preludes", composti nel 2004 originariamente per pianoforte, possiamo qui ascoltare il primo, "Blue Prelude", nel quale armonie blues e jazz unite ad un virtuosismo di alto livello ci propongono un'altro aspetto, assolutamente interessante, dell'arte compositiva di Lo Muscio.
E, a testimonianza di quanto varie siano le fonti di ispirazione di questo autore, troviamo l'"Ostinato", un brano per organo a quattro mani (e quattro piedi) composto appositamente da Lo Muscio per quest'incisione discografica e che si rifà direttamente alla musica Progressive-Rock, nella fattispecie allo stile di Keith Emerson.
Ma è la "Via Crucis" che segue, composta delle quattordici stazioni della Via Crucis di Gesù Cristo, che ci mostra un'ulteriore caratteristica di questo autore, la capacità di costruire un grande affresco musicale composto da quattordici brevi ma intensissimi brani che, utilizzando di volta in volta tecniche compositive diverse (canto gregoriano, contrappunto, cromatismo, dissonanze, ecc.) e compendiando linguaggi musicali diversi che spaziano da Debussy a Messiaen, creano nell'ascoltatore una vera e propria catena di emozioni musicali.
Il disco si conclude con un brano composto nel 2011, in occasione del centenario della nascita di Jehan Alain, ed il cui titolo è significativo: "New Litanies in Memory of Jehan Alain", la cui caratteristica basilare è la riproposizione dei temi del brano originale di Alain ("Litanies") "in contrario motu", cioè alla rovescia, su di un basso ostinato ricchissimo di colori e di variazioni, il tutto per un finale assolutamente virtosistico e di grande effetto.
Come si può vedere, Marco Lo Muscio si rivela come un compositore veramente eclettico, di solidissima impostazione ma di grande apertura mentale e musicologica, che riesce a compendiare stili, epoche e linguaggi differenti per creare musiche che, per certi aspetti, si possono considerare "nuove" ma, soprattutto, di grande interesse e gradevolissime all'ascolto di qualsiasi genere di pubblico.
Kevin Bowyer, dal canto suo, si dimostra all'altezza della sua fama di grande organista, rinomato a livello mondiale per le sue performancese concertistiche e la sua discografia che comprende, oltre ad un repertorio vastissimo che spazia dai classici fino ai contemporanei, anche una pregevole integrale bachiana. Concertista d'elite e dotato di un'ottima tecnica che gli consente di spaziare agevolmente su ogni letteratura organistica, Bowyer riesce a presentare in questo disco tutti gli aspetti, anche i meno appariscenti, delle composizioni di Lo Muscio, in questo perfettamente coadiuvato da una scelta strumentale di grande prestigio ed importanza, l'organo della Memorial Chapel dell'Università di Glasgow, un imponente tre tastiere costruito da Willis nel 1927 e rifatto da Harrison & Harrison nel 2005. Con i suoi 49 registri nominali (57 reali) composti in una tavolozza timbrica assolutamente "britannica", si rivela assolutamente perfetto per le atmosfere che questi brani riescono a creare e, se possibile, li rendono ancora più apprezzabili.
In conclusione, ferme restando la bontà dell'interpretazione e le qualità dello strumento utilizzato, quello che più ci è piaciuto di questo disco è la scoperta di un compositore davvero bravo, che come un cesellatore di antica memoria realizza le sue musiche mescolando con perizia ed assoluta proprietà di linguaggio tanti aspetti della storia millenaria dell'organo per riproporceli in un'atmosfera del tutto particolare e con grande delicatezza e sincerità.
Assolutamente da acquistare!


Inventio
Organista: Domenico Severin
Organo Eglise Saint-Martin di Vertus
Appassionato - AP.010.2016.07 - DDD - 2016

di Federico Borsari

 Disco Inventio Domenico Severin Abbiamo già più volte sottolineato in queste pagine quanto l'arte interpretativa di Domenico Severin riesca a comprendere innumerevoli tipi di repertorio e come questa "poliedricità" non sia semplicemente una naturale capacità di "leggere" una qualsivoglia partitura, quanto il fatto di capire sempre e comunque tutto quello che sta dietro e "dentro" quella partitura, proponendola con piena cognizione di causa, adeguato atteggiamento filologico ed attenta ed approfondita analisi storiografica e musicologica. Severin è un organista che può vantare tutti questi grandi pregi, che gli consentono di proporci le pagine dei grandi romantici, i brani dei "riformisti" italiani, le architetture dei grandi barocchi e la soavità dei classici francesi ognuno perfettamente inquadrato e collocato nella sua giusta dimensione, ognuno visto e colto pienamente nella sua epoca e tutti sottolineati da scelte strumentali accuratamente ragionate, attentamente operate e filologicamente rigorose.
E l'ultima fatica discografica di questo bravo interprete rispetta pienamente tutti questi requisiti e, anzi, ne aggiunge uno che spesso sfugge anche agli addetti ai lavori. Il titolo del disco, "Inventio", è una specie di password che ci da la possibilità di entrare in un campo di analisi formale che sovente non viene molto considerato, quello dell'analisi del linguaggio musicale in analogia alle varie parti del cosidetto "discorso retorico", che è -per dirla in breve- l'arte di fare un discorso che riesca a suscitare -e gestire- le emozioni degli ascoltatori. Questo tipo di analisi è perfettamente attagliata al repertorio presentato nel disco, che tratta alcuni dei grandi compositori "intorno" a Bach e -ovviamente- lo stesso Kantor di Lipsia. Il linguaggio musicale del cosiddetto "barocco tedesco" è infatti quello che più rispecchia le convenzioni della retorica classica e sono proprio le varie forme musicali di quel periodo che possono essere comparate alle figure discorsive e che, opportunamente concatenate tra di loro, formano -ad esempio- le grandi fantasie sui corali di Buxtehude, veri e propri capolavori di "retorica musicale" da noi definite, in tempi non sospetti, "postromantiche" quanto le analoghe composizioni di Reger proprio per la loro capacità di suscitare negli ascoltatori le più disparate emozioni.
In quest'ottica, il disco ci propone sette brani di autori coevi a Bach (Preludio in Mi minore di Bruhns, Ciacona in Mi minore e Preludio in Sol minore di Buxtehude, Capriccio in Re e Preambulum in Mi di Böhm e la Fuga in Sol minore di Reinken) e tre composizioni dello stesso Bach, la Fantasia e Fuga in Sol minore BWV542, la Fantasia (Pièce d'Orgue) BWV 572 e la Toccata, Adagio e Fuga in Do maggiore BWV 564.
Inutile dire che sono soprattutto le opere dei coevi che maggiormente rappresentano nel migliore dei modi le caratteristiche "retoriche" di cui abbiamo parlato più sopra; è infatti nella loro costruzione formale che più si rispecchia quell'alternanza di figure musicali (e discorsive) che riescono a suscitare quelle emozioni spesso assai contrastanti proprie dell'estetica musicale barocca; nelle opere di Bach, invece, assistiamo ad un'evoluzione formale che se da una parte prende le mosse dagli stessi argomenti comuni di quel periodo, dall'altra vede una maggiore compattezza formale, in cui non abbiamo più tanti brevi episodi concatenati tra di loro, bensì una decisa evoluzione dello sviluppo del discorso musicale in pochi episodi (due, al massimo tre) che presentano caratteristiche di maggiore coesione e compattezza unite ad un'elaborazione contrappuntistica di ben più alto spessore (come, ad esempio, nel movimento centrale "Gravement" della Fantasia BWV 572).
Come abbiamo già detto in apertura, anche qui Domenico Severin sfoggia non solo un'ottima tecnica strumentale, ma anche una invidiabile capacità di andare a cogliere tutto quello che sta dietro le note, con un'attenzione particolare non solo agli aspetti prettamente musicali del repertorio ma, anche, agli approfondimenti storici, musicologici e stilistici di tutto il periodo a cui esso appartiene. La cosa che -sinceramente- apprezziamo di più in questo interprete è proprio questa sua capacità di cogliere questi aspetti fondamentali delle opere e di renderli "palesi" ed apprezzabili nelle sue interpretazioni. La facilità con cui egli riesce a far emergere queste caratteristiche l'abbiamo già apprezzata nelle musiche di Franck e Mendelssohn, nelle Triosonate di Bach, nelle opere di Manari, Ravanello e di tanti altri riformisti italiani; oggi le apprezziamo nei grandi barocchi tedeschi dei quali egli ci propone una lettura assolutamente interessante e di grande fascino.
Anche la scelta dello strumento è -diciamolo pure- perfetta. Era da qualche tempo che non sentivamo più parlare dell'organo di Vertus, più precisamente dall'integrale bachiana incisa da Vernet nel 1997, peraltro realizzata quando allo strumento mancavano ancora tutti i sei registri della terza tastiera (Pectoral). Si tratta di uno strumento costruito da Bernard Aubertin nel 1996 su modello degli strumenti germanici barocchi con tre tastiere di 53 note (prima ottava corta) e pedaliera retta di 30 note con un totale -attuale- di 40 registri nominali, pari a 53 reali. Di carattere timbrico squisitamente nordeuropeo, questo strumento ha purtuttavia una particolarità nell'intonazione abbastanza dolce e non troppo aggressiva, che ne rende il suono molto più gradevole ed apprezzabile rispetto a tanti strumenti di carattere simile recentemente realizzati sia in Europa che nella nostra penisola. La tavolozza timbrica, oltremodo ricca e variegata, rende quest'organo praticamente perfetto per sottolineare nel migliore dei modi le caratteristiche delle opere presentate nel disco.
Tecnicamente parlando, la realizzazione è molto buona. Registrato nel mese di Luglio dello scorso anno 2016, non ci è dato sapere (non ne abbiamo trovato cenno nè sulla confezione nè all'interno del libretto allegato) chi abbia effettuato la presa di suono nè chi abbia curato le operazioni di postproduzione. La registrazione è, comunque, molto buona e ben curata, con particolare attenzione ad evidenziare bene le varie caratteristiche timbriche dell'organo ed a sottolinearne nel contempo gli insiemi ben pastosi, robusti e di grande impatto. Molto curata appare anche la parte della postproduzione, sempre attenta a non penalizzare in alcun modo la naturalezza del suono, mantenendone intatto l'ambiente e la profondità. Molto interessante, infine, il libretto a corredo, con una completa, approfondita ed interessante trattazione a firma Hélène Le Cointre Severin in Francese, Italiano ed Inglese. Accurato, infine, e mai invasivo l'utilizzo dei contributi fotografici che ci rappresentano le diverse particolarità dell'organo.
Personalmente non ci siamo perduti una nota di questo disco, che riteniamo molto bello, interessante e di gradevolissimo ascolto per tutti. Da mettere subito nella nostra discoteca!


Marco Enrico Bossi - Organ Works II
Organista: Sandro Carnelos
Organo Chiesa di S.Carlo Borromeo di Ponte della Priula
Rainbow Classics - RW 20173377-3 - DDD - 2017

di Federico Borsari

 Disco Integrale Bossi II Volume Torniamo oggi ad occuparci dell'interessante progetto editoriale che Sandro Carnelos già da tempo ha intrapreso per la realizzazione dell'integrale organistica di Marco Enrico Bossi. Abbiamo già recensito, a distanza di diversi anni l'uno dall'altro, il Primo Volume (la recensione la trovate QUI) ed il Terzo Volume (recensione QUI); la pubblicazione del secondo volume era stata ritardata per motivi tecnici la cui risoluzione, avvenuta recentemente, ci permette oggi di apprezzare anche questo volume mancante e di ascoltare un nuovo capitolo dedicato alla musica del "padre" dell'organo italiano moderno.
Come abbiamo già detto più volte nelle nostre trattazioni, Marco Enrico Bossi, pur avendo vissuto ed operato nello stesso periodo, non appartiene alla schiera dei "riformatori" propriamente detti; egli è da considerarsi, piuttosto, un innovatore "laico" dell'organo. Mentre i suoi contemporanei, "veri" riformatori (Bottazzo, Ravanello ed altri), seguirono con grande zelo le direttive pontificie circa la "riforma" della musica liturgica e religiosa (e, di conseguenza, anche della musica per organo) rivalorizzandone e riproponendone le radici più classiche (canto gregoriano, polifonia e contrappunto, ecc.), Bossi nelle sue musiche ben raramente presenta queste caratteristiche, preferendo seguire l'evoluzione stilistica che proprio in quel periodo stava traghettando la musica europea dal postromanticismo al modernismo. E' abbastanza interessante notare, a questo proposito, come le musiche organistiche di Bossi siano tutte, più o meno, ispirate dall'ideale orchestrale di quel periodo ed all'ascoltatore più "avvertito" non sfugge certamente la constatazione che la musica organistica di Bossi risulta con tutta evidenza "pensata" e "concepita" sulla base di un ideale "orchestrale" che egli trasferisce sull'organo e ne affida alle sue sonorità la rappresentazione più aderente, allo stesso modo delle composizioni organistiche di Franck, in cui la derivazione da una scrittura orchestrale di tipo squisitamente romantico è assolutamente palese.
In questo disco, Carnelos ci presenta, come nei precedenti, una scelta molto rappresentativa della personalità musicale di Bossi, passando da alcuni dei brani più conosciuti ed impegnativi alle trascrizioni ed alle raccolte di piccoli brani che, nella loro semplice freschezza d'ispirazione, rappresentano un Bossi solo apparentemente "minore".
Il famoso "Theme et Variations" Op. 115 apre il disco. Come secondo brano troviamo la "Marcia Nuziale Savoia-Petrovich" Op. 110 n. 2 ed a questo brano dobbiamo dedicare qualche riga in più. Questa composizione fa parte della "Missa pro Sponso et Sponsa" (per coro ed organo), commissionata a Bossi dalla Casa Reale di Savoia per il matrimonio di Vittorio Emanuele III di Savoia (allora ancora Principe Ereditario) con la Principessa Elena di Montenegro che si svolse il 24 Ottobre 1896 nella Basilica di S. Maria degli Angeli di Roma. E fu Marco Enrico Bossi in persona che diresse la Messa sedendo all'organo della basilica ed è proprio a proposito di quell'organo che, grazie alle informazioni storiche del Prof. Graziano Fronzuto di Roma, possiamo svelare una curiosità. Poichè la Basilica di S.Maria degli Angeli non era provvista di un organo adatto alla solennità della ricorrenza, venne deciso -in accordo con Bossi- di utilizzare l'organo che allora esisteva nella Basilica di San Paolo fuori le Mura. Si trattava di un organo in origine costruito da Serassi (e terminato da Locatelli) nel 1858 per la Basilica di San Giovanni in Laterano e che aveva la particolarità di essere "mobile", cioè montato su ruote di legno che ne consentivano lo spostamento all'interno della basilica. Pochi anni dopo la sua ultimazione, per volere di Pio IX, questo organo fu trasferito nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura ed anche lì sarebbe dovuto rimanere come organo "mobile". Nel 1895 l'organo fu ampliato e dotato di trasmissione pneumatica da Farinati (un valente organaro allievo di Trice) e la sua tavolozza timbrica era davvero interessante, con ben due Principali di 16 piedi come base delle due tastiere. Nel 1896, come abbiamo detto, questo organo fu scelto per "accompagnare" il matrimonio reale e così, trainato da sei coppie di buoi, attraverso le strade inghiaiate e selciate della Roma di quel tempo, in una settimana percorse i quasi sette chilometri di distanza tra le due basiliche (sempre assistito dall'organaro Farinati) e, dopo la cerimonia, rifece il percorso inverso (altri sette giorni e sette notti di viaggio) per tornare, questa volta definitivamente, a San Paolo fuori le Mura, dove si trova ancora oggi. E' interessante notare che Marco Enrico Bossi compose la Marcia Savoia-Petrovich appositamente per questo strumento e le indicazioni di registrazione (in particolare quelle relative all'utilizzo del registro della Tromba) sono scritte espressamente per quest'organo.
Nel disco ci vengono poi presentate due composizioni dell' Op. 132, la "Legende" ed la "Trauerzug", a cui seguono due trascrizioni della "Siciliana e Giga" Op. 73 (originariamente scritta per flauto e pianoforte); Sandro Carnelos ci presenta qui la Siciliana nella trascrizione dello stesso Marco Enrico Bossi e la Giga nella trascrizione di Renzo Bossi (ma di questi brani esiste anche una trascrizione più recente (e più "americana") fatta nel 1963 da Virgil Fox). Lo "Scherzo in Sol minore" Op. 49/2 precede infine i "Dieci Pezzi Caratteristici" (Piccola Fanfara, Interludio Corale, Cornamusa, Apparizione Serafica, Studio, Profilo Agreste, Letizia Celeste, Nostalgia, Canzone Silvana ed Hosanna in Excelsiis), che appartengono al filone più "descrittivo" e, se vogliamo, "impressionista" di Bossi, il quale qui usa l'organo come una tela pittorica su cui fissare sensazioni visive e proporle in modo fortemente "emozionale" agli ascoltatori.
Sandro Carnelos segue anche in quest'incisione una strada interpretativa ben definita e sicuramente efficace: quella della proposizione di queste composizioni in una luce filologica di grande spessore, dove la figura di Marco Enrico Bossi viene perfettamente delineata in ogni suo aspetto, dalla genuinità dell'ispirazione alla solidità di una tecnica compositiva che della visione spiccatamente orchestrale dell'organo fa uno dei suoi punti di forza, dall'utilizzo di una tecnica organistica di grande livello al sapiente utilizzo di un virtuosismo che non tende -come spesso succede ad altri interpreti di queste musiche- allo "spettacolo" ma che viene perfettamente dosato per rappresentare al meglio la figura di questo compositore che, non dimentichiamolo, fu il primo italiano ad aprire la strada del concertismo internazionale, strada poi seguita nei decenni seguenti con grande successo da molti altri nostri organisti e compositori.
Anche per questo disco, come per il terzo della raccolta, Carnelos utilizza il "suo" (nel senso che il progetto fonico è stato fatto da lui) organo di Ponte della Priula di Susegana, uno strumento di carattere spiccatamente "francese" romantico costruito da Zeni nel 2011 e che molto bene si presta all'interpretazione di queste musiche, ferme restando le nostre preferenze verso un utilizzo di strumenti italiani più rispondenti alle caratteristiche tecnico-foniche dell'epoca (ad esempio uno dei tanti organi ancora oggi ben funzionanti o restaurati realizzati da Carlo Vegezzi Bossi negli anni d'oro della sua attività).
Le registrazioni sono state effettuate nei mesi di Settembre ed Ottobre 2015 e la presa di suono, molto precisa grazie all'accurato posizionamento dei microfoni, risulta ben caratterizzata e sottolinea con proprietà ed accuratezza tutte le caratteristiche timbriche dello strumento, con un giusto "ambiente" ed una resa timbrica di grande qualità. Molto buono anche il lavoro di post-produzione. Il libretto a corredo (purtroppo solo in lingua italiana), come nel disco precedente, è abbastanza essenziale ma, pur mancando di un testo di approfondimento e spiegazione del repertorio, risulta di gradevole e piacevole consultazione.
Mettiamo subito nella nostra discoteca questo disco, in attesa dell'uscita del quarto volume.


The Lingiardi Orchestra Organ... for a violin
Organista: Marco Ruggeri - Violino: Lina Uinskyte
Organo Chiesa di S.Pietro al Po di Cremona
Fugatto Records - FUG 059 - DDD - 2015

di Federico Borsari

 Disco Organo e Violino Cremona E' raro trovare nel panorama discografico dischi che riescano a coniugare diverse tematiche con buoni risultati. Il disco che trattiamo qui ci riesce in modo egregio e, secondo noi, rappresenta un ottimo connubio tra l'arte della trascrizione, l'utilizzo dell'organo in coppia con un altro strumento (il violino) e l'uso di uno strumento storico di carattere particolare e molto rappresentativo di una ben determinata epoca organaria italiana.
L'organo scelto per questa incisione è uno dei cosidetti "organi-orchestra" che l'organaro Luigi Lingiardi (con il fratello Giacomo) realizzò nel 1877 per la chiesa di San Pietro al Po di Cremona, sul modello di diversi altri strumenti di similare impostazione già realizzati negli anni precedenti. La casa organaria Lingiardi (figlia artistica degli Amati) ha potuto vantare una carriera lunga quasi centovent'anni durante la quale operò in tre periodi-chiave della storia dell'organo italiano: l'organo "operistico" serassiano, il trentennio della cosidetta "transizione" verso l'organo "riformato" ed, infine, il primo ventennio dell'imperante Riforma organaria. Le scelte che fece, soprattutto nel periodo di transizione (dal 1870 al 1900) non furono facili e la esposero (soprattutto Luigi e Giacomo) a dure e pesanti critiche da parte del nuovo movimento che si stava aprendo baldanzosamente la strada verso il successo; i Lingiardi non si lasciarono "smontare" più di tanto da questa situazione e, forti delle loro convinzioni (che non vedevano negli organi francesi coevi tutta quella "novità" -soprattutto fonico-timbrica- che invece affascinava i riformisti) realizzarono, proprio in quel periodo, alcuni dei loro migliori strumenti, che Luigi stesso definì come "Organi-Orchestra", che presentavano una notevole raffinatezza di timbri e, soprattutto, un'innovazione -mai vista prima d'allora negli organi italiani- che introduceva la doppia pressione. In pratica, il somiere veniva diviso in due parti (il cosidetto "somiere a doppia secreta") ognuna delle quali alimentata da una pressione d'aria differente; per i registri labiali veniva utilizzata una normale pressione "italiana classica" di circa 50 mm. a colonna d'acqua mentre i registri ad ancia venivano alimentati con una pressione decisamente più alta (fino ad 80 mm.). Questa soluzione, in stretta analogia con i "claviers de bombarde" degli organi classici francesi, faceva anche superare la precedente corrispondenza delle tastiere ai corpi d'organo, abolendo la tastiera del cosidetto "Organo in Eco" (che era solitamente la seconda) e facendo azionare da essa i registri ad ancia a forte pressione; tutti gli altri registri, compresi quelli dell'organo d'eco, venivano azionati dalla prima. Gli strumenti che Lingiardi realizzò in questo modo furono più di una decina (il più grande dei quali fu installato nel Duomo di Novara nel 1870) e quello utilizzato per questa incisione ne è l'ultimo esemplare, realizzato quattro anni prima della morte di Luigi, avvenuta a Pavia nel 1882.
Questo organo, restaurato dapprima da Mascioni nel 1988 e poi da Giani nel 2008, oltre a questa particolarità, presenta una tavolozza timbrica ricchissima, degna davvero di una grande orchestra, esibendo caratteristiche timbrico-foniche di splendida bellezza che in questo disco vengono utilizzate, con assoluta proprietà di linguaggio, da Marco Ruggeri per presentare un repertorio di sue trascrizioni di tre opere molto belle e poco conosciute. Due appartengono alla musica "moderna"; la prima -che apre il disco- è il Concerto Gregoriano per Violino e Orchestra di Respighi, opera interessantissima e di splendido valore musicale (oggi purtroppo quasi dimenticata), scritta nel 1922 nella quale le modalità del canto gregoriano servono ad impostare più che altro un "ambiente" musicale che rispecchia perfettamente un periodo di grande transizione nel quale si stava riscoprendo quel tipo di musica (allo stesso periodo risalgono anche il Quartetto Dorico ed il Concerto Misolidio dello stesso Respighi) nel quale due melodie (quella del Victimæ Paschali Laudes e quella dell'Alleluja) vengono utilizzate come base melodica di due dei tre movimenti e trattate secondo i procedimenti di variazione, modifica e parafrasi cari all'autore in un ambito squisitamente rapsodico.
La seconda opera "moderna", che chiude l'incisione, è invece il Concerto per Violino ed Orchestra Op. 48, composto da Kabalevsky nel 1948. Questo autore sovietico, apprezzato in patria per le sue composizioni vocali (tra cui cantate, canzoni ed opere liriche) ed all'estero per le sue opere orchestrali, è stato uno dei musicisti più apprezzati della Russia Sovietica. Musicalmente più "formale" ed armonicamente più "convenzionale" dei suoi compatrioti contemporanei, le sue musiche sono state tra quelle meglio considerate e più apprezzate dal pubblico (e dal popolo) sovietico, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando il suo campo d'azione si aperse, con particolare riguardo ed attenzione, all'educazione musicale per i bambini e per i ragazzi, fondando un movimento pedagogico-musicale di enorme impatto sulle giovani generazioni di musicisti sovietici che ancora oggi -grazie ai suoi insegnamenti- spiccano nel Mondo per la loro arte. In questo concerto sono presenti e ben delineati tutti gli elementi propri della scuola musicale sovietica ma, al contrario di altre opere di autori coevi, vengono presentati in un compendio di grande equilibrio e di delicata eleganza; la robustezza lirica dei temi, le ritmiche forti e molto caratterizzanti e le melodie dalla cantabilità popolare ed al tempo stesso raffinata ci servono su di un piatto d'argento la figura di uno dei migliori musicisti del Novecento.
In mezzo a queste due opere, quasi a fare da trait-d'union ed a ricordare le origini della grande scuola romantica europea, ecco un'opera molto bella del "protoromantico" per eccellenza, quel Felix Mendelssohn-Bartholdy che al tempo stesso viene considerato l'iniziatore del movimento romantico e -per ciò che riguarda la sua musica organistica- il primo esponente del neoclassicismo. Il brano qui presentato è il Concerto in Re minore per Violino ed orchestra (per la verità, l'organico originale prevede, oltre al solista, due violini, una viola ed il basso continuo), che presenta diverse analogie con l'altro concerto -più noto- dello stesso autore, quello in Mi minore. Quest'opera, che presenta tratti a volte spiccatamente schubertiani, è caratterizzata da molti aspetti squisitamente romantici in cui freschezza di ispirazione, i tratti arditamente virtuosistici del solista, la cantabilità dei tempi, il lirismo del canto popolare dell'andante centrale, la ritmicità incalzante dell'Allegro finale (con il suo tema di Aria Russa che fa un po' da preparazione al seguente Concerto di Kabalevsky) ci propongono una composizione fresca, sincera, abbastanza lontana dagli accademismi di maniera, ricca di spontaneità e di vero spirito "romantico".
L'idea di affidare al Lingiardi di San Pietro al Po la parte dell'orchestra per queste tre opere di grande bellezza è stata sicuramente, da parte di Marco Ruggeri, una scommessa e forse un azzardo; ma poichè "audaces fortuna iuvat", dobbiamo sinceramente dire che il risultato finale è di ottima qualità musicale e di splendido interesse artistico. Di certo hanno aiutato molto le caratteristiche dello strumento, che Ruggeri conosce a menadito e sa sfruttare al meglio delle sue possibilità. Come trascrizioni, esse si dimostrano molto azzeccate, sempre molto aderenti alla partitura orchestrale senza inutili fronzoli e senza quelle cadute di stile che spesso si possono osservare in altre trascrizioni più famose ed apprezzate. Ruggeri trascrive "asciutto", essenziale ed in modo che l'organo sia il "partner" del violino e non viceversa, mettendo bene in pratica quel "..per violino e orchestra" che sta scritto sotto i titoli dei brani. Come organista (di lui abbiamo già recensito altri dischi su queste pagine), Marco Ruggeri si conferma interprete attento, preciso, di solido background artistico e di raffinata tecnica, tutte doti a cui si deve aggiungere la perfetta padronanza dello strumento ed un'invidiabile abilità e saggezza nella scelta delle registrazioni.
Lina Uinskyte, violinista lituana molto apprezzata in tutta Europa, può vantare un curriculum invidiabile sia come solista che con orchestra ed altri strumenti. Dotata di una musicalità spiccatissima e di una tecnica di alto livello, in questo disco sfoggia un perfetto affiatamento musicale ed artistico con l'organista, con cui dialoga e "gioca" (dal francese "jouer", che significa anche "suonare") alla pari e con cui trova un'intesa che rendono queste interpretazioni assolutamente interessanti, con il giusto lirismo, la cantabilità molto sentita, i tratti solistici sempre giustamente sottolineati ed il virtuosismo di ottima scuola, sempre rispettoso delle intenzioni degli autori e mai finalizzato ad uno sterile autocompiacimento. Per pura combinazione (ma sarà davvero così?...) il violino utilizzato dalla Uinskyte in questa incisione è uno strumento pressochè coevo dell'organo Lingiardi assieme al quale si esibisce.
Tecnicamente questa produzione si rivela molto interessante, non solo per il fatto che dietro ai microfoni ed alle consolles troviamo il "solito" Federico Savio, che anche in questo caso riesce a dare il meglio delle sue qualità fonico-tecniche che non si esauriscono con la presa del suono ma che si esplicitano anche -ed ancora meglio- nelle procedure di postproduzione, ma anche per la veste grafica molto accurata, accattivante e ricca di notizie, testi (in italiano, francese ed inglese) e fotografie che inquadrano molto bene ad in modo esauriente tutta la materia.
In definitiva, un disco molto interessante e di gradevolissimo ascolto che consigliamo molto volentieri ai nostri amici lettori.


From the web:
Un'organista "Gotica"
Organista: Ulla Olsson

di Federico Borsari

Durante le nostre peregrinazioni sulla Grande Rete alla ricerca di novità organistiche ed organarie, ci siamo imbattuti quasi casualmente (argomento della nostra ricerca erano le Sinfonie di Vierne) in un'interpretazione che oseremmo definire "molto particolare" del Finale della prima Sinfonia. "Molto particolare" non nel senso musicale (in effetti quest'interpretazione, molto buona sotto il punto di vista tecnico, risulta musicalmente abbastanza "scontata" ed assolutamente "convenzionale") ma sotto il punto di vista dell'associazione delle immagini alla musica, associazione che può essere caratterizzata da diverse aggettivazioni che nel migliore dei casi si può definire "trasgressiva" per arrivare fino alle definizioni di "offensiva" e "blasfema". Sicuramente, per gli amanti dell'organo la visione di questo video può risultare -nella maggioranza dei casi, supponiamo- perlomeno "fastidiosa". Prima di scendere nella argomentazioni artistiche (e per sapere di cosa stiamo parlando) proponiamo qui di seguito il video, con l'avvertenza che -in effetti- la sua visione potrebbe risultare sgradevole a molti:



Per completezza di informazione, questo video è stato girato mentre l'organista suona in "playback" (su un altro organo, aiutandosi con un paio di registri inseriti per "andare a tempo") il brano già presente in un suo disco in precedenza registrato sull'organo Åkerman & Lund 1905-2008 della chiesa di San Giovanni di Malmö.
Bene. Dato per scontato l'intento provocatorio (ed anche assai ironico-sarcastico) del video, dobbiamo premettere che esso segue la corrente del cosiddetto "Movimento Gotico" (o, come in breve definito, "Goth") che da quasi trent'anni, come diretta derivazione di quello che allora si chiamava "Punk", interessa diversi aspetti della cultura occidentale, andando a coinvolgere -in una miriade di versioni e sfaccettature- campi diversi tra cui letteratura, arti grafiche e visive, moda e -ovviamente- musica, divenendo un fenomeno socio-culturale assai diffuso, soprattutto tra le giovani generazioni, e che ha preso differenti modi di esplicitazione a seconda dell'area geografica di appartenenza (Darkwave, Cybergoth, Romantic Goth, Fetishgoth, Gothlolita, ecc.). L'organista di cui parliamo, la musicalmente assai brava Ulla Olsson, appartiene al genere "Romantic Goth", che si è sviluppato soprattutto nelle regioni Nordeuropee e che sotto il punto di vista dell'estetica assume diversi aspetti della moda dell'Inghilterra vittoriana mentre, sotto il punto di vista musicale, si distacca radicalmente dalle altre "correnti" per privilegiare la preponderante presenza di strumenti a tastiera nell'ambito di un'estetica musicale che propone raffinate elaborazioni armoniche ed in cui -ovviamente- l'organo a canne è figura imprescindibile. La Olsson (che si autodefinisce "un'anziana gotica" in alcuni commenti ai suoi video) sfoggia quindi (e lo potete vedere anche in altri video che trovate sulla rete) abbigliamenti del tutto consoni alla corrente di pensiero a cui appartiene e fa di questa sua appariscente "montre" il punto focale delle sue performances, che se musicalmente non dicono assolutamente nulla di nuovo sotto il punto di vista dell'interpretazione, sotto il punto di vista dell'impatto attirano certamente l'attenzione (e, con essa, tutti i giudizi -positivi e negativi- che ne conseguono). A prescindere (e sottolineiamo "a prescindere") dall'aspetto strettamente musicale, di cui parleremo dopo, personalmente troviamo molto disdicevole che un Curato, un Parroco od un Pastore abbiano concesso l'uso di una chiesa consacrata per la realizzazione di questo video, così come consideriamo assolutamente fuori luogo non solo l'abbigliamento degli attori ma, soprattutto, l'abbigliamento dell'organista. Se calze a rete bucate, guanti di pizzo, corpetti, capigliature di tubi di gomma e microgonne possono essere "interessanti" in diversi ambiti entro i quali si estrinseca la cultura goth, sicuramente non lo sono all'interno di una chiesa, cioè di un ambiente consacrato. E questo non per bigotteria o per altri motivi religiosi (che lasciamo ad altri); semplicemente per alcuni basilari fattori di "buon gusto", "educazione" e "rispetto", rispetto del luogo in cui ci si trova, rispetto per le altre persone con cui ci si rapporta e rispetto per se stessi e per la propria dignità. Il fatto che l'organista sia svedese e che tutto l'insieme sia stato confezionato in quel Paese, purtroppo, altro non significa che i danni causati dalla malintesa interpretazione del concetto di "libertà" che da decenni caratterizza le società "progressiste" del Nord Europa sono ormai irreparabili.
Ciò detto, occupiamoci dell'aspetto puramente musicale che, per essere correttamente esplicitato, deve partire da un accorgimento preliminare: ascoltare l'audio senza guardare il video (e questo vale per tutti i video della Olsson). Adottando questa precauzione, sull'interpretazione di quest'organista si possono formulare alcune considerazioni squisitamente tecnico-musicali. La prima è che -senza dubbio- la Olsson è una brava organista, dotata di un'ottima tecnica (anche se, a nostro parere, lavora troppo di braccia e poco di polso) e di un invidiabile background artistico (e gli anni di perfezionamento effettuati a Parigi negli Anni Ottanta con Langlais e Litaize hanno lasciato il segno) che le consentono di suonare i grandi romantici e postromantici francesi (di cui si dichiara appassionata cultrice) con tutte le carte in regola. Non più -come si dice- "di primo pelo", quest'organista si dimostra di solida scuola (a dispetto delle apparenze, può vantare anche un master in "Musica da Chiesa" conseguito all'Accademia di Malmö ed il fatto di aver svolto per più di vent'anni l'attività di organista liturgica a Lund) e di attenta cura sia nel cogliere le diverse particolarità delle composizioni che nel saperle proporre con proprietà di linguaggio e con una padronanza invidiabile dello strumento. Il suo approccio alle partiture è assolutamente "romantico" e dimostra una sensibilità musicale notevole. In negativo (ma dipende dai punti di vista), spicca una generale tendenza a tenere tempi più "ampi" rispetto a quelli a cui normalmente ci hanno abituato i moderni interpreti francesi ed a non presentare quasi mai quegli "spunti" interpretativi che in questo genere di musiche spesso fanno la differenza tra una normale esecuzione ed una brillante interpretazione. In definitiva, la Olsson nelle sue pur belle ed interessanti interpretazioni non ci propone e non ci dice mai nulla di veramente nuovo sulle musiche che interpreta, lasciandoci -viste anche le sue ottime qualità tecniche- un pizzico di rammarico.
Un'ultima considerazione. A nostro parere (ma non solo nostro) per essere apprezzati e ben valorizzati nel campo della musica organistica non solo bisogna suonare bene (cosa che la Olsson fa senza alcun dubbio) ma, anche, sapersi presentare nel modo giusto nel luogo giusto. Personalmente, inviteremmo molto volentieri quest'organista a suonare in qualcuna delle rassegne organistiche che talvolta organizziamo ma -sicuramente- microgonne, piercing e calze a rete rimangono a casa.